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Usanze e tradizioni popolari
Testi a cura del dott. Enrico Balla  maggiori info autore

Un quadro altrettanto significativo viene offerto dai riti popolari collegati alle festività religiose più solenni, tra le quali spiccano le feste di S. Antonio, della Candelora, di S. Biagio, dell'Ascensione, del Corpus Domini e patronali, la processione del venerdì Santo ed il Santo Natale. Per la ricorrenza di S. Antonio (17 gennaio) ogni paese dedica al Santo un tipico prodotto della campagna. Fino a pochi anni fa il giorno che precedeva la festa, alcune comitive, preannunciate dall'assordante suono dei campanacci, facevano il giro del paese e davanti ad ogni casa dicevano: "auguri a S. Antonio". Non c'era uscio che non si apriva per offrire vino, salsicce e farina da utilizzare per la polenta del giorno successivo. All'alba si accendevano i fuochi e si piazzavano le "cottore" e le "callare". 
 
Poco prima che la polenta fosse cotta una nuova comitiva girava per il paese per darne l'avviso ripetendo: "a pulè, a pulè, a che Duminicu e Giuanne". Allora ogni famiglia mandava uno o più rappresentanti che, dopo aver pensato a loro stessi, avevano l'incarico di riportare a casa un assaggio della gustosissima polenta. IL giorno di S. Antonio gli animali, adornati con fiocchi, corone variopinte, coperte colorate e campanelli, vengono ancora oggi condotti con un numeroso seguito di "arzitti" davanti alla chiesa di S. Antonio per ricevere la benedizione dal parroco, che poi si reca a benedire anche le stalle. 

Nel giorno della Candelora ci si reca in chiesa per prendere la candela benedetta che allontana i fulmini dalla casa. Il 3 febbraio, durante la santa messa celebrata in onore di S. Biagio, il parroco benedice l'olio, vi intinge una candela benedetta e con essa unge il collo dei fedeli affinché siano preservati da ogni male di gola. La domenica delle palme ancora si usa recarsi in chiesa per prendere un ramoscello di ulivo benedetto da appendere in casa, perché mantenga una pace duratura. Con l'avvicinarsi del periodo pasquale per i ragazzi si intensifica la partecipazione alle funzioni religiose e l'atmosfera quaresimale quasi quasi li fa stare più buoni. 
 
In passato la repressa euforia giovanile però trovava libero sfogo quando dal giovedì Santo, essendo le campane legate, bisognava fare il giro del paese per ricordare alla gente l'ora della Santa Messa; ed allora si tiravano fuori le "vareche" e i "raganegli", strumenti di legno che girando attorno ad un manico di scopa producono uno sgraziato e rumoroso gracidio molto più forte di quello delle rane. Con la processione del venerdì Santo il sentimento religioso del popolo raggiunge il culmine. Non si ride più; non si scherza più; i visi assumono un aspetto triste; un interminabile corteo di donne con il capo coperto, di uomini con la fronte china, di torce e di candele accese, si snoda col calare della sera per vicoli del paese. Sul volto di alcuni fedeli, che si sono fortemente immedesimati nella sacra rievocazione della morte del Cristo, compare anche qualche lacrima. 
  
La commozione e la suggestione accompagna la processione che passa tra le fiaccole accese sugli usci, tra i lumini che dalle finestre irradiano la loro luce sanguigna, tra fedeli attoniti e commossi che seguono con lo sguardo il funereo avanzare della statua del Cristo morto. Con la Pasqua di Resurrezione il festoso scampanìo riporta la sopita allegrezza nel cuore e ricominciano le abbuffate e le scampagnate. La vigilia della festa dell'Ascensione di Gesù Cristo ogni rione usa accendere grandi falò, detti "fauni", per illuminare il cielo allo scopo di veder passare o salire la figura del Cristo risorto. Ricordo che molti bambini rimanevano per molto tempo con il naso all'insù fino a che qualche ragazzotto un po' più smaliziato non dava loro un buffetto sulla nuca.
  
Il falò più grande e meglio composto ora riceve un premio da parte della pro-loco. Ai tanti lumini, palloncini e fiammelle tremolanti di candele del venerdì Santo, alle alte fiamme ed allo screpitìo delle faville che illuminano e ravvivano la sera dell'Ascensione, si sostituiscono, il giorno del Corpus Domini, tappeti di variopinti fiori che ricoprono le strade, lenzuoli ricamati ed arazzi che pendono dalle finestre e che ondeggiano sotto i buffi del vento ed una lussureggiante visione floreale d'insieme di tutto il paese che, con l'aiuto della natura, vuole tributare un ulteriore omaggio al Signore. 
  
Una menzione occorre fare anche per il pellegrinaggio che si fa al santuario della SS. Trinità di Vallepietra, che si sviluppa tra monti e valli, per chilometri e chilometri, in un arco di tempo che va dalle ore due della notte, ora della partenza della compagnia da Pereto, fino alle undici circa, ora dell'arrivo al Santuario. Il cammino, che si fa al seguito di uno stendardo sacro, prevede varie soste per riposarsi, per rifocillarsi e per cantare per intero la storia della SS. Trinità. Per il ritorno si riparte alle ore due circa della notte dal santuario e si arriva a Pereto verso le undici del mattino, in tempo per assistere alla messa domenicale. Il vedere i pellegrini in fila che, incuranti della stanchezza e della fatica, si avviano verso la chiesa e continuano a cantare le lodi dell'eccelsa Triade, costituisce un'altra suggestiva immagine della tradizionale fede religiosa. Certamente ciò che una volta si faceva solo per pregare e "per rendere grazie a Dio", ora si fa anche (per non dire soprattutto) per fare una piacevole e stimolante scampagnata tra amici. 
 
Con lo stesso spirito goliardico, fatto di divertimenti e di spettacolo, si vivono i giorni delle feste patronali della seconda metà di agosto. Giochi popolari, mostre artigianali e pittoriche complessi e bande, balli e spari, corse e lotterie. Tra i più tradizionali intrattenimenti vi e quello del ballo della "pupazza", che rievoca antichi riti propiziatori pagani legati all'agricoltura. Il 25 agosto, infatti, i romani festeggiavano OPI (la dea dell'abbondanza), il cui culto era congiunto a quello di Saturno, il Dio che insegnò agli uomini l'agricoltura che si festeggiava dopo la semina del grano. 
 
Altra festività densa di spunti tradizionali è quella del Santo Natale, che rende meno dolorosa la tetra atmosfera invernale dell'anno morente. Essa è la festa del focolare domestico, della famiglia e dell'amicizia. Le malinconiche note dei zampognari di passaggio, le dolci e religiose nenie pastorali, la candida neve che abbellisce il paesaggio, rendono ancora più tenera e memorabile tale festività. Al suo appropinquarsi s'adornano gli alberi di Natale e si preparano i presepi con le zolle di muschio, i pupazzetti, il brecciolino, la farina, gli specchi, la carta stellata e quant'altro occorre per rendere più verosimile e suggestivo il paesaggio intorno alla capanna. Il capo-famiglia ancora usa mettere nel camino un grosso ceppo, che, come l'anno che finisce, dovrà durare fino a 31 dicembre. Su di esso i bambini si divertono a dare ripetuti colpi di "molle" e di "suffittu", per veder uscire miriadi di sfavillanti "caroe". 
  
Il calore intanto si irradia per scaldare i familiari che intorno alla tavola, apparecchiata con ogni ben di Dio si apprestano a consumare il tradizionale cenone. Sotto il piatto del papà e della mamma non mancano mai le letterine che i bimbi in età scolare vogliono leggere sia per promettere di essere più buoni ed ubbidienti sia per dire che hanno pregato Gesù Bambino di dare tanta salute e prosperità ai loro familiari sia per ricevere un po' di soldini da spendere in cioccolatini e caramelle. Dopo il cenone giungono amici e parenti per passare qualche ora lieta giocando a tombola, a sette e mezzo, al mercante in fiera, al risico, a bestia, intervallando un generoso sorso di vino con un morso ad un pezzo di torrone o ad un "muzzittu". Quando i lenti rintocchi della campana lanciano nell'aria fredda l'invito a recarsi in chiesa, si smette di giocare e tutti vanno ad assistere alla messa di mezzanotte per vedere nascere il Redentore. 
  
Qualche giorno dopo il Natale, da una decina di anni, si svolge il presepio vivente, che sta acquistando una crescente fama e che richiama molti turisti, affascinati dalla suggestività dello spettacolo che vede il censimento della popolazione, il penoso viaggio di Maria e Giuseppe, alcune scene di vita rurale, la nascita di Gesù, la calata dei pastori e degli zampognari, l'arrivo dei Re Magi, soldati romani e profeti. Il tutto reso ancor più attraente da un paesaggio particolarmente idoneo e stimolante. Molti bozzetti della vita tradizionale sono ormai scomparsi e solo alcuni aspetti sopravvivono a stento. Ricordo i messaggi diffusi dal campanaccio della chiesa secolare di S. Giorgio che annunciavano il mattutino, il mezzogiorno, l'ave Maria (al tramonto) e un'ora della notte. 
  
Le ventiquattro ore si contavano da un tramonto all'altro e non dall'una di notte alla mezzanotte. La ventesima ora veniva suonata tre ore prima del buio con trentatré rintocchi, pari agli anni del Cristo. Vi erano delle suonate particolari nei casi di temporali, morte delle persone, incendi e per la sollevazione con le armi. Gli ultimi veri banditori sono stati Pettenaru, Peperone e Lisandro, che facevano il giro del paese con un corno ed annunciavano tutte le notizie di interesse pubblico, compreso l'arrivo del fruttaiolo, del porcaro, dei venditori di follacciani, di stoffe e di scarpe. 
Anche le figure del cavallaio, del capraio, del porchettaro, del ferraio, del bastaio e dell'arrotino sono scomparse. L'acqua non si prende più con la conca alle varie fonti e non si beve più con "ju maneru". Il mulino è ormai un rudere, il lavatoio è stato distrutto. In paese i forni a legna non sono più in funzione ed è scomparso il pane casereccio, che si conservava morbido e fresco almeno per due settimane. Nessuno più chiede la pagnotta in prestito, che si restituiva dopo che era giunto il proprio turno per una nuova infornata. 
 
Sempre più rare si fanno le nostalgiche serenate con organetti e fisarmoniche. Il numero delle suonate rivelava le intenzioni dell'appassionato corteggiatore: con tre suonate si dichiarava il vero amore e con due la simpatia. Una sola suonata si faceva quando la serenata era "a dispettu". Il che avveniva se il corteggiatore era stato respinto dalla ragazza. Con una suonata, infatti, si aveva appena il tempo di svegliarsi e di vedere andare via la comitiva. Queste regole non sempre venivano rispettate e talvolta si continuava a suonare fino a quando non si vedeva illuminarsi la finestra della ragazza amata e fino a quando ella dietro le tende non faceva una furtiva comparsa per subito ritirarsi. Non di rado, specie quando lo spasimante era ben accetto, il capofamiglia apriva l'uscio della casa ed offriva un buon bicchiere di vino. 
  
I giuochi ed i divertimenti erano diversi a seconda dell'età. Gli "arzitti" si divertivano a fare la "scivolarella", i "zumpi" sui mucchi di pozzolana e di fieno, il "cucuzzaro", la "moscaceca", il "papa", oppure a "sardalamula", a "sarda la quaglia", a "lippa", a "topo topo", a "palline", a "sbattimuru", a "campana", a "cantosciamuru" e a "furchittu".... I "vajiuni", invece, preferivano passare il tempo a far qualche partita a pallone o a carte e ad intrattenersi con il giuoco della "passatella" o della "morra". La passatella, che apparentemente sembra un gioco facile amministrato da un "padrone" ed un "sotto", ha invece delle sue regole non ben precisate ma derivanti dalla consuetudine. E chi non le conosce non fa altro che sollevare discussioni e critiche ed aumentare la possibilità di essere fatto "ormu" nelle "conte" o nei giri successivi. E poiché coloro che rimanevano a secco (gli ormi) potevano obbligare gli altri a continuare l'intrattenimento bevereccio, capitava spesso di assistere per ore ed ore ad un andirivieni di bottiglie dal bar al tavolo e di bevitori dalla sedia al bagno. 
 
Normalmente, comunque, la passatella risultava alquanto piacevole, ad eccezione di quelle volte in cui ne uscivano delle volontarie sbornie o delle forzose astinenze. Il giuoco proibito della morra serviva per ravvivare le riunioni conviviali all'aperto, gli assaggi di vino novello o stravecchio nelle cantine o le insipide sere primaverili ed autunnali. Si facevano squadre di due, tre o quattro componenti ed attraverso una specie di torneo all'italiana si individuava la squadra più forte, che aveva il diritto di amministrare la successiva "passatella". In genere non si avevano che pochi attimi per gustare la gloria della vittoria, perché le sfide ricominciavano presto più accanite che mai e talvolta capitava che nella stessa serata ogni squadra riusciva a vincere almeno una volta. C'e da dire che gli inconvenienti che hanno indotto il legislatore a proibire la morra non si verificavano mai. Al massimo si poteva disturbare il sonno di qualche benemerito che faceva intervenire una pattuglia dei carabinieri; ma questi, che ben comprendevano che l'innocente giuoco non era altro che un modo di sopravvivere in un ambiente povero e privo di strutture sociali, si limitavano a dileguare l'allegra compagnia. Ricordo quella volta che al giuoco partecipava in divisa un alpino tornato per la prima volta in licenza. 
 
La felicità di stare di nuovo insieme ai suoi vecchi amici gli aveva fatto ingurgitare qualche sorso in più e giaceva a terra in uno stato di semi incoscienza. Quando il maresciallo, vedendolo in divisa gli intimo l'"attenti", il militare stiro le gambe, accostò il braccio sinistro al fianco e portò la mano destra alla visiera, senza rendersi minimamente conto che stava per terra e non in piedi.
 
PERETO Storia Tradizioni, Ambiente, Statuti
 

 

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