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L'indifferenza verso le nuove idee risorgimentali
Testi a cura del dott. Enrico Balla  maggiori info autore
I primi bagliori del risorgimento italiano illuminarono nell'Abruzzo un ambiente quanto mai misero e depresso. Al viandante apparivano evidenti i segni dello scarso nutrimento, basato su poche oncie di focaccia di granturco o di biada, senza nemmeno un pizzico di sale o di olio che, per l'estrema povertà, non si potevano acquistare. I braccianti coltivavano il fondo altrui per un carlino al giorno, con il quale dovevano sfamare la propria famiglia e pagare i pesi fiscali, e pregavano Iddio di poterlo guadagnare tutti i giorni. "Meglio 'na triste mesata che una "bona jornata", dicevano. Infatti quando il lavoro mancava, a causa dell'inclemenza della stagione invernale, i braccianti erano costretti a nutrirsi di sole erbe cotte nell'acqua. 
  
Le fondazioni istituite a soccorso dei poveri spesso venivano sfruttate dai ricchi e non era raro il caso che gli amministratori dei monti frumentari, anziché distribuire grano e denaro ai coloni, li prestavano solo a se stessi. "Il leggere e lo scrivere -diceva Genovesi- vi è stimato cosa miracolosa, l'urbanità e la pulitezza delle maniere non ha in essi né idea né nome; la loro nobiltà, come nei secoli della più rozza barbarie, è tutta posta nella forza: e la morale vi è selvatica in modo che non paiono esseri cristiani, se non perché battezzati...". Le idee di libertà, di uguaglianza, di fraternità, portate avanti dall'epoca della rivoluzione francese, come potevano albergare in una plebe siffatta, condizionata da secoli a servire lo straniero, a pensare solo a sé stessa, a sforzarsi di sopravvivere alla meno peggio. 
  
Il movimento sanfedista e contadinesco meridionale si oppose strenuamente alle novità francesi, specie quando si accorse che la sorte della plebe non solo non era cambiata sotto il nuovo regime, ma che addirittura, dopo la soppressione delle opere pie laicali che davano un pur minimo sollievo ai miserabili ed a causa dei tanti saccheggi, incendi e requisizioni fatte dai soldati di Championne, era peggiorata. Nel 1798 il colonnello Camillo Giustini di Pereto morì combattendo contro i francesi. I nuovi ideali solleticarono ed allettarono solo le grandi menti e gli animi dei più nobili e ardenti patrioti. Pochi per la verità, ma destinati a vincere e ad affermarsi. Durante l'occupazione francese, allo scopo di educare il popolo agli ideali di un'Italia libera ed indipendente e di sobillare gli animi contro la monarchia borbonica, si radico in Abruzzo la setta della Carboneria. 
  
Essa prese il nome dal carbone, il quale purifica l'aria e, quando arde nelle abitazioni o nelle campagne, tiene lontano i lupi. "Pulire le bestie dai lupi" significò per i carbonari liberare la patria da stranieri e despoti. Anche Pereto ebbe la sua "vendita", che contava ventuno associati, detti "cugini". Questi, nel 1821, aggregati alla "vendita" di Tagliacozzo e posti alle dipendenze del sottintendente Alessandro Mastroddi, tumultuarono insieme agli altri patrioti della Marsica e napoletani, contribuirono alla concessione della costituzione da parte di Ferdinando I e, quando l'esercito austriaco invase il regno, si inquadrarono nel battaglione del colonnello Mauthone. Purtroppo gli austriaci vinsero la resistenza delle milizie napoletane comandate da Guglielmo Pepe e per i nostri seguirono sevizie, frustate e carceri. Michele Giustini di Pereto fu inquisito e messo in carcere. 
  
Un ultimo anelito di patriottismo fu manifestato nel 1848 durante la prima guerra d'indipendenza. I vecchi e disciolti cugini si fecero promotori di una copiosa colletta, tra la popolazione, in favore dell'armata napoletana (nella quale era inquadrato il 10° Reale d'Abruzzo) che dovette recarsi a combattere in Lombardia. Quando, successivamente, Ferdinando II riprese il pieno controllo della situazione, il movimento liberale, a seguito di carcerazioni e condanne, dovette subire un duro colpo un po' dappertutto e nel nostro paese si estinse del tutto. Le esperienze passate consigliarono i più a curare i loro interessi e a non inseguire chimere. Nel 1799 i Borboni, cacciati dal regno, erano tornati; scacciati nuovamente nel 1806, tornarono ancora; nel 1820 fu concessa la costituzione e dopo pochi mesi subito ritirata; nel 1848, nel breve giro di tre mesi, accadde la stessa cosa. 
 
E così, quando nel '60 si costruì quel grandioso monumento dell'Italia e ci si liberò della soggezione di Re ed Imperatori stranieri che dal tempo dei Romani angariavano e sfruttavano la nostra patria, i Peretani, gli Abruzzesi e la maggior parte del popolo meridionale, increduli e confusi organizzarono una reazione in favore dei Borboni. Questa venne alimentata da una grande massa di ufficiali e soldati dell'armata borbonica che, dispensata dal servizio militare dal conte di Trapani con suo ordine del 28 dicembre l860, era stata invitata a recarsi negli Abruzzi. Si ricordano il colonnello Klitsche De La Grande, De Cristen, Giacomo Luvarà, Giorgi ed il generale Jose Boryes. 
  
Il Re Francesco II indirizzò agli Abruzzesi il seguente proclama: "Abruzzesi! Allorquando lo straniero minacciava di distruggere i fondamenti della nostra patria; allorquando egli, non risparmiava nulla per annientare la prosperità del nostro regno, e far di noi schiavi, voi mi avete dato prove della vostra fedeltà. Grazie alla vostra severa e nobile rettitudine, voi avete scoraggiato il nemico comune e rallentata la marcia rapida d'una rivoluzione, la quale si apriva la via con la calunnia, col tradimento e con ogni genere di soluzioni. No; io non l'ho dimenticato, leali Abruzzesi, ridiventate quel che foste; che la fedeltà, l'amore del vostro suolo, l 'avvenire dei vostri figli armino di nuovo le vostre braccia. Noi non possiamo un solo istante lasciarci prendere dalle insidiose perfidie di un partito, che vuol tutto rapirci. Non ci assoggettiamo alla sua volontà; rivendichiamo piuttosto la libertà delle nostre leggi, delle nostre costumanze e della nostra religione. I miei voti vi accompagneranno sempre e dappertutto. Il cielo benedirà le vostre azioni. "
  
Francesco II stanziò ingenti cifre per la buona riuscita delle operazioni. I parroci delle chiese appoggiarono i reazionari, sparsero la diceria che i soldi che il Re aveva inviato per i poveri erano stati rapinati dai liberali del nuovo governo. I saccheggi e le requisizioni di alcune bande di garibaldini alimentarono l'astio verso i piemontesi, che venivano ritenuti come nuovi invasori. In questo ambiente emotivamente carico e conflittuale si inquadra un episodio di carattere reazionario avvenuto a Pereto nella prima domenica di ottobre del 1860, in occasione della festa della B. V. del Rosario. Allo scopo di mantenere l'ordine pubblico, quindici militi della guardia nazionale di stanza in Carsoli, si recarono a Pereto. Colà giunti e riconosciuti da alcuni giovani, furono invitati alquanto bruscamente a lasciare immediatamente il paese. 
  
Ma essi, forti delle loro armi e fidanti nella erculea statura e forza del loro capitano e di un certo Francesco Talamo, minacciarono i giovani e restarono in paese. Più spavaldi che mai, saputo che in casa di Elia Penna si teneva un intrattenimento danzante, vi si recarono ed i più giovani iniziarono a fare i galletti con le donzelle del luogo. Ne nacque subito una furiosa zuffa, volarono schiaffi e pugni, furono rubate le armi ai militari e questi, chi più chi meno feriti, costretti a fuggire. Tra i feriti c'erano i sergenti Marino e Francesco Talamo, i caporali Angelo Malatesta e Achllle Tarantini, ed i militi Luigi Talamo e Pietro Tarantini. 
  
Durante l'inseguimento fu preso il caporale Benedetto De Luca e con sassi e bastonate barbaramente ucciso. Quindi si corse dietro al capitano Luigi Mari che, raggiunto nei pressi del casino di Costanzo Camposecco, fu circondato, ucciso e derubato di tutto quello che aveva indosso, comprese le scarpe. Gli altri riuscirono, sebbene malconci, a far perdere le loro tracce. Più baldanzosi che mai, sollecitati dal caporione reazionario Luigi Vacca che già si era distinto nella ribellione di Tagliacozzo del 13 settembre 1860 e che era a conoscenza che le forze borboniche comandate dal colonnello Klitsche De La Grande erano a Sora, proseguirono per Carsoli, dove saccheggiarono la casa della famiglia Mari e costrinsero alla fuga i principali liberali del paese. Questi invocarono l'aiuto dei nazionali ed il giorno 9 ottobre giunsero dall'Isernino Pateras e Fanelli con un migliaio di masnadieri. Entrarono in Tagliacozzo, saccheggiarono e bruciarono le case più ricche; quindi decisero di invadere il Carseolano e punire Pereto con lo scopo di vendicare il Mari; ma la notizia che il Klitsche stava per giungere fece cambiare loro idea e li spinse a fuggire a Pescara. 
  
Al processo, che seguì al ristabilimento dell'autorità italiana, il bracciante Giampiero Iadeluca ed il pecoraio Liberato Leonio furono assolti dal reato, ritenuto politico, per intervenuta amnistia. Il 15 agosto 1861 fu preso nella montagna di Pereto Domenico Giustini, presunto uccisore del caporale De Luca, ed il 30 settembre venne fucilato. Sempre nel quadro dei moti borbonici va ricordato che l'11 ottobre del 1860 reagì anche Avezzano, che risollevo le immagini di Francesco e distrusse quelle del Re Vittorio Emanuele. Il Klitsche vi mandò Giacomo Giorgi come sottintendente e poi si ritirò a Gaeta. La notizia di questi fatti spinse le autorità ad inviare il generale Pinelli con ampi poteri per reprimere la reazione. 
  
Egli, giunto con tre compagnie di bersaglieri dall'Aquila, il 4 novembre 1860 riconquistò Avezzano, dichiarò lo stato d'assedio nella provincia ed emanò la legge marziale con i seguenti tre articoli: "1) chiunque sarà colto con arme di qualunque specie sarà fucilato immediatamente; 2) ugual pena a chiunque spingesse anche con parola i villani a sollevarsi; 3) ugual pena a chi insultasse il ritratto del Re, lo stemma di Savoia o la bandiera nazionale. Abitanti dell'Abruzzo ulteriore, ascoltate chi vi parla d'amico. Deponete le armi, rientrate tranquilli nei vostri focolari, senza di che state pur certi che tardi o tosto sarete distrutti. Quattro dei facinorosi sono gia stati fucilati. Il loro destino vi serva di esempio, perché io sarò inesorabile, il Magg. Generale Ferdinando Pinelli" .
  
La repressione fu tremenda. I soldati diedero la caccia ai reazionari per i monti e per le valli. Come li trovavano, subito li fucilavano, ne riempivano i carri e li portavano nei paesi davanti alle loro case. Molti reazionari corsero a Roma ad invocare aiuto, armi e soldati a personaggi napoletani, affinché difendessero i sudditi iniquamente trucidati. Si stabilì allora una diversione strategica nel Carseolano. Furono richiamati da Gaeta oltre al conte De Cristen, che aveva combattuto con il La Grande, anche il colonnello Francesco Luvarà, come comandante supremo della reazione. Questi radunò cento soldati del 11° reggimento cacciatori, sessanta Abruzzesi, alcuni ufficiali borbonici. volontari, tre romani, alcuni volontari francesi, un abate Rocchetti e Giacomo Giorgi. 
Con questo manipolo passò la frontiera ed occupò Carsoli la sera del 10 gennaio 1861. 
  
Da ogni parte giunsero volontari e soldati congedati ed il numero della colonna salì a più di tremila. Il 13 gennaio si occupò Tagliacozzo mettendo in fuga circa 400 piemontesi del 40° di linea al comando del Magg. Ferrero. Il Luvarà, per procedere oltre, non avendo armi a sufficienza per tutti i suoi seguaci, lasciò Giacomo Giorgi a Tagliacozzo con l'ordine di non muoversi ed andò a Roma per reperire denaro e armi. Il Giorgi, rimasto solo, bramoso di gloria, tacciò di vigliaccheria il Luvarà e proseguì l'impresa attaccando Scurcola. All'inizio il successo sembrò arridergli, ma quando giunsero i rinforzi delle compagnie di Piemontesi poste a Magliano, Avezzano e Cappelle, capitolò, causando la morte di centinaia di reazionari incolpevoli. Il Luvarà, raccolti 60 Svizzeri nel Lazio e 72 Peretani ed Oricolani nel Carseolano, tentò di riprendere la lotta, ma non avendo ricevuto le armi inviategli da Roma, poiché erano state sequestrate a Vicovaro, decise, il 6 febbraio, di ritirarsi ad Oricola. I Peretani allora tornarono alle loro case, ma si dissero disposti a riunirsi a loro quando la lotta sarebbe ripresa. 
  
Qui il Luvarà si unì con De Coataudon e forte di 800 uomini, sentendo che i piemontesi stavano avanzando con grandi forze per portarsi a Carsoli, il 12 febbraio decise di occupare Collalto, per farne una piazzaforte dalla quale potesse meglio difendersi. Giunti a Poggio Cinolfo, inviarono dei messaggeri a Collalto per chiedere l'ingresso in paese, ma il sindaco, costretto dai banditi del Masi, di Carsoli e della zona che vi si erano rifugiati, rispose di no e che avrebbe combattuto. Il Luvarà allora spinse i suoi all'assalto, spaccò con le accette il portone e conquistò il paese facendo alcuni morti ed alcuni prigionieri (tra i quali due Mari di Carsoli) e mettendo in fuga i banditi. Il giorno dopo, il consiglio condannò i due Mari ma poi contro il riscatto di duemila ducati offerto dai parenti piangenti e supplicanti, li rilasciarono. Dopo alcuni giorni, giunta la notizia della capitolazione di Gaeta, il Luvarà fu richiamato a Roma ed il Coataudon riprese a scaramucciare. Il 22 febbraio, ricevuti i rinforzi dei reazionari di Pereto, partì da Oricola per riconquistare Carsoli occupata da una cinquantina di piemontesi. 
 
L'esito fu favorevole ai nostri, che uccisero un tenente ed altri quattordici militi, ne fecero prigionieri ventitré e misero in fuga i rimanenti. I ventitré prigionieri, anziché essere uccisi per vendicare l'eccidio di Scurcola, furono consegnati incolumi alla frontiera, ai papalini. Dopo due giorni giunse l'ordine del Re Francesco di por fine alla guerra ed allora i nostri consegnarono le armi ai soldati del papa e si ritirarono nelle loro case. Il Chiavone continuò nei monti a guerreggiare e ad alimentare il fenomeno del brigantaggio con i capibanda Tamburini, Fontana, Dominicucci ed altri. 
  
Un ultimo anelito di reazione si ebbe con il generale spagnolo Jose Borjes che, catturato dai bersaglieri nella valle di Luppa vicino Carsoli, fu fucilato insieme ad altri diciotto suoi seguaci l'8 dicembre 1861 a Tagliacozzo. 
Da questo periodo in poi la reazione cessò per far posto prima al brigantaggio reazionario e poi al banditismo comune. Ma a questi due ultimi fenomeni fu estraneo il nostro paese, che rimase indifferente anche verso i nuovi governanti. Bianco di St. Jorioz, nel 1864, riferendosi al distretto di Avezzano così si esprimeva: "La diffidenza del popolo della città e di quello della campagna, rozzo, truce, ignorante e feroce, verso il governo presente proviene in massima parte dal dover essi pagare tributi maggiori e non conoscerne alcun vantaggio ma bensì tutti i pesi e gravami del nuovo stato di cose, e ciò per l'inerzia e la protervia dei sindaci e delle pessime amministrazioni comunali...". 
  
Poi, riferendosi al Carseolano, così prosegue: "la popolazione di Oricola e Rocca di Botte è buona; in quella di Pereto havvi del marcio e del pessimo. Il sindaco, tale Pasquale Nitoglia è dedito al vino, si ubriaca giornalmente ed è prepotente sotto ogni aspetto. L'arciprete di Pereto, Don Antonio Gagliardi, già arrestato una volta come fautore reazionario, è tenuto da tutti per uno fra gli individui più avversi al nostro governo, ed è malvisto da tutti in generale". 
Ora i tempi e le persone sono cambiati ma il modo di amministrare è rimasto, purtroppo, sempre primitivo e partigiano.
 
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