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Le prime fondazioni ecclesiali
Testi a cura del dott. Enrico Balla  maggiori info autore
Altro importante elemento architettonico nel borgo feudale fu la chiesa. Essa generalmente era una piccola cappella, che si confondeva con le altre abitazioni; costruita entro le cinte murarie ma non entro la rocca ed in genere sempre presso la porta d'ingresso della cinta più esterna. Le varie ed incomplete testimonianze giunte fino a noi ci inducono a ritenere che le poche chiese edificate ed operanti a Pereto dal VI al X secolo dovettero appartenere tutte al patrimonio sublacense. 
  
Tale convincimento deriva dalle seguenti considerazioni: nel privilegio del Papa Leone VII del 939 fra i beni del monastero sublacense vengono riportati quelli situati in Pereto, Oricola, Carsoli, Camerata, Rocca di Botte, Arsoli, Roviano, Anticoli... nel 955 la chiesa di S. Silvestro fu venduta dal monastero sublacense a quello di S. Maria di Luco, che in quegli anni, con l'acquisto di altre 22 chiese, conobbe una discreta floridezza; nel 993 i conti Rainaldo e Oderisio donarono al monastero sublacense il "castrum" di Carseoli (non le chiese, che già erano proprietà del monastero); nel privilegio del Papa Gregorio V, del 997 d.c., vengono confermati al monastero di S. Scolastica di Subiaco i beni che esso possedeva in Pereto ed in Carseoli sin dai tempi dei Papi Gregorio I (590-604 d.c.), Zaccaria (741-752) e Nicolo I (858-867); nel 998 l'imperatore Ottone III nel confermare i beni all'Abbazia di Farfa non vi incluse il Comitato carseolano (Chronicon Farfense di Gregorio di Catino) e lo stesso fece il Papa Leone IX nel 1055 (Bollario cassinese, Cost. XCVII). 
  
Con l'avvento dell'anno 1000, nel quadro di una generale politica di espansione delle maggiori abbazie benedettine, grazie alla donazione della chiesa di S. Maria in Cellis da parte del conte Rainaldo, si estese nel territorio carseolano la giurisdizione del monastero di Montecassino. Contemporaneamente, si irradiò anche la giurisdizione del monastero di S. Maria di Farfa. Questo, infatti, nel 1066, divenne proprietario di gran parte del nostro territorio in seguito ad una donazione ad esso fatta dal conte Rainaldo delle chiese di S. Silvestro, con cento moggie di terra, di S. Salvatore, di S. Maria e di Santo Mauro, che furono tolte al monastero sublacense ed a quello di S. Maria di Luco. Qualche decina di anni dopo il monastero sublacense uscì definitivamente dallo scacchiere peretano perdendo, con la donazione al monastero di Montecassino di Algegrima del 1096, anche la chiesa di S. Pietro e di S. Giovanni. 
  
Tale donazione rese massiccia e potente la giurisdizione del monastero di Montecassino su Pereto, Oricola, Camerata e Fossaceca. Una prima sistematica rilevazione delle chiese marsicane venne fatta il 31 maggio 1188 con la bolla pontificia di Clemente III, inviata ad Eliano, vescovo dei Marsi, contenente l'elenco di 117 centri abitati con l'indicazione delle rispettive chiese, da ritenersi di sicura appartenenza alla S. Sede. La bolla non è insolita, ma costituisce una risposta alle numerose dispute tra la S. Sede ed i monasteri per la gestione dei diritti e delle rendite provenienti dalle chiese di incerta dipendenza. In essa compaiono le seguenti chiese: "In Pereto, Santi Petri, S. Laurenti, S. Nicolai, S. Giorgi, S. Salvatoris... in ecclesia S. Salvatoris grani quartaria tria; ab ecclesia S. Giorgi, grani quartaria duo". Dall'esame di una successiva rilevazione del Papa Onorio III è possibile anche stabilire i limiti dell'influenza dei vari monasteri. Infatti nella costituzione del 20 giugno 1217 si rileva che il monastero sublacense aveva possedimenti in "Sala civitas quae vocatur Carseolus (Civita), in Auricola (nel territorio, non nel castello), in Rocca de Bucte (Rocca di Botte), in Rocca Apruni (Rocca di Prugna), in Arsule (Arsoli)..." 
  
Il monastero di Montecassino, nella costituzione 235 del 13 agosto 1216, risulta avere possedimenti nel castello di Oricola, in Pereto (nel territorio, non nel castello), nella Rocca di Camerata e in Fossaceca. Il monastero di Farfa nel 1218 risultava ancora possessore della chiesa di S. Silvestro e delle altre chiese site in Campocatino (nome con cui si indicava quasi tutta la montagna di Pereto), denominate S. Maria e S. Mauro. I rivolgimenti politico-territoriali, connessi al passaggio del ducato di Spoleto al Regno delle Due Sicilie fecero passare le chiese di S. Maria e S. Mauro alle dipendenze del monastero di Montecassino. A S. Maria di Farfa rimase soltanto la chiesa di S. Silvestro, vicino alla quale l'abate Matteo eresse nel 1239 un monastero per le suore di S. Damiano d'Assisi. 
  
Dopo il rilievo delle principali fondazioni ecclesiali attestate nel periodo altomedioevale, è possibile rintracciare alcuni documenti vaticani che testimoniano il funzionamento delle chiese dipendenti dalla Santa Sede. 
Si tratta di documentazioni della prima meta del XIV secolo, relative al pagamento delle "decime" da parte dei chierici, dei rettori e delle chiese marsicane. In quei tempi, e non solamente allora, le chiese possedevano molti appezzamenti di terreno soggetti a decima. I fondi venivano concessi in affittanza a terzi e si ritraeva un fitto in denaro o la decima parte dei prodotti in natura. Sulla base di queste entrate le chiese dovevano corrispondere la decima alla S. Sede. Un primo documento si riferisce alla decima pagata nel 1308. 
  
Nell'episcopato marsicano, Tomasso di Pereto pagò per sé e per il suo socio tre tarini; Cicco De Pavisio pagò per la chiesa di S. Nicola dieci grana; la chiesa di S. Salvatore pagò dodici tarini; la chiesa di S. Biagio pagò tre tarini; la chiesa di S. Maria (dei Bisognosi) pagò tre tarini; la chiesa di S. Tommaso (che si trovava a Rientro) pagò sedici grana. Il secondo documento si riferisce alla decima pagata nel 1324. Alessandro di Pereto pagò due carlini d'argento e quindici tarini per tutti i benefici che aveva nella diocesi marsicana. Cicco De Ponti pagò per le chiese ed i chierici di Pereto due carlini d'argento e per la chiesa di S. Pietro e per il monastero delle monache furono sborsati dieci tarini. In questo documento, oltre a quelle citate nel 1308 compaiono anche le chiese di S. Lorenzo, S. Pietro, S.Angelo (in Valleintensa) e S. Silvestro. 
  
Una coda di quest'ultima decima si ebbe il 28 marzo 1324 quando il clero di Pereto venne chiamato nella cattedrale di S. Benedetto dei Marsi per giurare l'effettivo valore delle entrate, che ammontava a nove once. Questi pagamenti oltre a documentare il sistema decimale in vigore nel medioevo per la coltivazione dei terreni e l'uso dei beni ecclesiastici, permettono di riscontrare i nomi degli abitanti e delle chiese che, dopo la fondazione, ricevono una migliore e più completa identificazione. Al tempo del Concilio Tridentino (1545-1563) le chiese di Pereto erano: S. Giorgio, ora Arcipretura, S. Salvatore, parrocchia del rione castello, S. Nicola, di cui restano alcune tracce a Paghetto, dove ancora esiste piazza S. Nicola, S. Pietro che si erigeva in località la Croce, e S. Lorenzo di cui non resta più traccia. 
  
Con il crescere dell'antico borgo feudale e della sua economia, si sviluppa in Pereto, analogamente ad altri paesi della zona, una architettura di tipo gentilizio, destinata ad ospitare le famiglie aristocratiche del luogo. Sorsero cosi: il Palazzo Maccafani, sicuramente di origine medioevale, come comprovano alcuni elementi architettonici (le grandi volte della cantina e le bifore che oggi si trovano nel castello Massimo di Arsoli); il palazzo Camposecco, poi Coletti, ora Jannucci di fronte alla chiesa Madre; il palazzo-villa Balla, in piazza della Villa, ora denominata piazza della Fonte; la "Corte di Giustizia" e molti altri edifici che dovevano offrire una vita confortevole, se già nel settecento, venne a villeggiare in Pereto per goderne le delizie l'ambasciatore Cesareo, Marchese di PRIE'.
 
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