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Castello medioevale
Testi a cura del dott. Enrico Balla  maggiori info autore
 
   
Generalmente con il termine Castello si intende un edificio fortificato con torri e mura, atto a difendere la persona e la dimora, stabile o temporanea, di un nobile o comunque di una autorità riconosciuta. E' da ritenersi che quando il protoconte Berardo, nella prima metà del X secolo, abbia fatto erigere dai Peretani la prima torre, questa altro non fosse che un semplice ed embrionale apprestamento difensivo a tutela dei domini (1). Quando il conte Rainaldo, dopo la prima metà dell'XI secolo, decise di andare ad abitare a Pereto, che era l'insediamento più popoloso ed in posizione centrale rispetto ai suoi domini (Oricola, Rocca Incamerata e Fossaceca), allora la costruzione meritò la più adeguata qualificazione di castello o, come viene chiamata dal volgo, di CORTE. 
 
Purtroppo, la partenza di Rainaldo per la crociata in Terrasanta, la sua morte e la successiva decisione della vedova Algegrima di risiedere in Oricola, a seguito degli attriti sorti con il conte dei Marsi in ordine all'eredità del marito, privarono il castello di una presenza viva, importante e nobile, riducendolo ad essere presidiato solo da armati posti alle dipendenze del castellano (2), ma investendolo della missione di proteggere la popolazione inerme ed i loro beni durante le invasioni, le razzie ed i passaggi di eserciti nemici lungo la via Valeria (3). Certamente per la sua posizione strategica (centrale rispetto alle altre torri di vedetta, ideale per il controllo delle vie secondarie di accesso al Regno e vicina all'insediamento umano più popoloso) il castello dovette essere uno dei primi costruiti nel territorio carseolano. 
 
Solo in un secondo momento, quando i conti dei Marsi vollero infittire e rendere efficiente la trama di una rete difensiva, sorsero gli altri capisaldi militari a Celle e ad Oricola. Oricola in special modo divenne, dai Normanni in poi, la vedetta più avanzata, incaricata di vigilare, osservare e trasmettere i segnali a Celle e a Pereto. Ciò appare confermato dal fatto che, come risulta da un anonimo manoscritto antico, il castellano di Oricola doveva fare al presidio di Pereto i seguenti segnali (4): 
-un fuoco davanti ad una finestra se il nemico transitava nella valle dell'Aniene; 
-due fuochi davanti a due finestre se il nemico era nei pressi di Arsoli e non arrivava a 200 uomini; 
-tre fuochi davanti a tre finestre se il nemico si dirigeva con tutto il campo verso la pianura carseolana. 
 
In quest'ultimo caso si dovevano mandare nunzi a cavallo a Pereto che ne porgessero certo ragguaglio. Da Pereto poi partivano altri nunzi con cavalli freschi per notiziare Tagliacozzo. Da Celle, invece, si continuava a fare e trasmettere segnali di fuoco alle vedette arretrate. Nel frattempo tutta la popolazione doveva raccogliere le proprie cose e rifugiarsi nelle fortificazioni. L'elemento architettonico più antico del castello di Pereto fu senz'altro il MASTIO, ricostruito su un basamento forse di origine longobarda. Il mastio, così chiamato dalla parola francese maitre che significa padrone, altrimenti detta maschio, pur in seguito a successive elaborazioni rimase sempre la torre più massiccia e più alta dell'intero complesso difensivo. Esso rappresentò il baluardo estremo, il simbolo della forza e della resistenza e la sua conquista significava il decisivo possesso dell'intero fortilizio, il definitivo assoggettamento al nemico e la perdita della liberta e dei beni. 
 
Era suddiviso in cinque piani sovrapposti, che comunicavano tra loro per mezzo di una scala a chiocciola (quelle superiori) e per mezzo di botole incolonnate (quelle inferiori). La disposizione in linea di massima dovette essere quella che vede ai piani inferiori il corpo di guardia, i magazzini e le prigioni; al primo piano nobile la sala di giustizia dove ancora oggi si vedono pitture murarie, di cui una rappresenta una immagine di S. Maria in Cellis; al secondo ed al terzo piano la residenza del signore, costituita da due stanze che servivano di abitazione per tutta la famiglia e da un piccolo oratorio; all'ultimo livello, probabilmente costruito in legno, vi era un locale per la precipua funzione del mastio, come torre di vedetta e di difesa. Ha pianta quadrata, con lati di m. 11,70, spessore delle mura di m. 2,50 ed altezza di m. 27. 
  
Costruttivamente si presenta realizzato con grossi blocchi di pietra perfettamente squadrati e connessi, di dimensioni molto grandi nella zona inferiore e di media grandezza nella rimanente parte superiore. Questo tipo di muratura isodoma e stata fatta risalire da insigni studiosi (L. Martella e A. M. Medin: Sistemi fortificati dell'Aquilano) al X secolo d.c.. I lati nord ed est, i più esposti all'attacco nemico, nella prima edificazione non avevano finestre; tale fatto è una caratteristica dei castelli anteriori all'epoca comunale. Fa eccezione sulla parete est una apertura, situata a 20 metri circa dal suolo, che serviva per accedere dal camminamento di ronda nel mastio. I lati sud ed ovest, i meglio esposti al sole ed i meno accessibili, presentano finestre che servivano per l'aria e la luce e per trasmettere i segnali nelle direzioni prestabilite. Nei profondi vani di queste finestre vi sono dei sedili di pietra. Molto interessante appare il sistema delle tre canne fumarie che servono tre camini utilizzati sia per il riscaldamento sia per le segnalazioni e sia per portare ad ebollizione i liquidi da gettare sugli assalitori.
  
Sulla parete nord, ad una altezza di circa 4 metri rispetto al piano di calpestìo della corte interna ed in conformità della sistematica propria delle torri di avvistamento isolate, si apriva l'ingresso (le due porte di accesso al piano terra ed allo scantinato sono state realizzate in epoca posteriore a quella della costruzione). L'ingresso rettangolare in origine dovette essere sormontato da un architrave monolitico arricchito da due mensolette laterali, direttamente ricavate nei due blocchi costituenti le imposte (la qual cosa costituisce motivo decorativo tipico dell'area marsicani). Inferiormente, ai lati della soglia, comparivano due beccatelli aggettanti a duplice ordine, che avevano la funzione di sorreggere la scala quando questa veniva ritirata dagli occupanti la torre. 
  
Quando furono costruite le altre due torri e le cortine di raccordo, probabilmente sotto i De Ponti, particolare cura fu riservata alla costruzione degli ingressi, notoriamente la parte più debole di ogni complesso difensivo. La cortina sud-ovest (m. 23 di lunghezza, m. 15 di altezza e m. 1,55 di spessore) che con andamento angolare unisce la terza torre più piccola con il mastio accoglie, a ridosso di quest'ultimo, l'ingresso principale. Questo appare ancora ad un'altezza di circa quattro metri da terra, rinforzato da un parapetto e da un'apertura superiore piombante che lo rendeva ancora più impenetrabile.
Interessantissime sono le scanalature poste nei montanti di pietra ai lati dell'apertura tra le quali dall'alto venivano fatte scivolare robuste traversine di legno che difficilmente potevano essere scardinate. Questo ingresso è ancora sormontato da uno stemma di casa Orsini, probabilmente inserito nella cortina all'epoca dell'acquisto del castello da parte del conte Giacomo. La cortina est (m. 24,5 di lunghezza, m. 13 di altezza e m. 1,45 di spessore) all'interno di due robusti contrafforti custodisce una postierla d'ingresso (la portella, che ha dato il nome alla piazza antistante) a sei metri di altezza da terra, che doveva servire anche, eccezionalmente, per improvvise sortite. 
  
La cortina nord (m. 22,40 di lunghezza, m. 14 di altezza da terra e m. 10 dal piano di calpestìo della corte interna e m. 1,45 di spessore) ospita un'altra postierla che originariamente doveva trovarsi a quattro metri da terra e che con la successiva costruzione di una cisterna (demolita nel 1950) si è trovata al livello della volta di questa. Anche quest'ultimo ingresso era ed è difeso da due robusti contrafforti e da una piombatoia; ma in caso di assedio esso veniva murato. Le cortine di raccordo, che mettono in comunicazione il mastio con la seconda e la terza torre e queste tra di loro, hanno sulla sommità il camminamento di ronda. Questo consentiva una difesa manovrata, con la possibilità di scorrere agevolmente lungo il perimetro, permetteva di continuare a combattere e colpire il nemico che malauguratamente si fosse infiltrato nella corte interna e forniva l'opportunità estrema di rifugiarsi nel mastio, ultimo baluardo difensivo. 
  
Il piano di ritirata prevedeva che gli armati abbandonassero primieramente la cortina sud-ovest con il distacco del ponte mobile che la univa alla cortina nord, poi questa con la rottura del ponte mobile che la univa alla cortina est ed infine quest'ultima, con il ritiro del ponte mobile che consentiva l'ingresso al mastio. Al camminamento di ronda si accede mediante una scaletta in muratura ricavata nella cortina est ed appoggiata alla seconda torre (nei tempi più remoti la scaletta era di legno ed aderiva alla cortina ovest). Le cortine, come è nella tradizione dei castelli anteriori al 1200, non hanno finestre e feritoie. I merli, contrariamente a quanto affermato dal Perogalli, non ornarono la nostra fortezza, che basava la sua sicurezza ed inviolabilità soprattutto sulla sua dislocazione e sulla sua altezza. Solo le cinte murarie di epoca successiva li ebbero. Al loro posto vi era una struttura lignea che poggiava su beccatelli, che ancora oggi e possibile vedere. 
  
Sotto il profilo della difesa attiva assumono rilevanza le feritoie verticali ad arciere (formate da due semplici blocchi di pietra accostati e lavorati nella zona di combacio) e le torri. La seconda torre (m. 24 di altezza e m. 6,60 di lato) e la terza (m. 16 di altezza e m. 4,60 di lato) hanno pianta quadrangolare e sopravanzano le cortine, senza tuttavia minacciare l'imponenza del mastio. La seconda torre aveva cinque piani in muratura, di cui gli ultimi due collegati da una scaletta ricavata nello spessore delle mura. La terza non aveva né piani né finestre né ingressi e probabilmente serviva solo come caposaldo murario per le cortine e come punto di vedetta. Nella parte superiore tali torri dovevano avere delle macchine belliche e moltissimi proiettili e materiali occorrenti per la difesa piombante. Certo, gli accorgimenti tattici, la posizione, l'altezza, la mole, la valentìa degli armigeri nulla potevano contro un nemico che, rinunciando a conquistare d'assalto il castello, si limitava a farlo cadere per fame e per sete. 
  
Ma all'anonimo architetto di quel tempo non era stato chiesto il miracolo di salvare la popolazione ad ogni costo, bensì solo di fornire uno strumento di dissuasione per il nemico frettoloso diretto altrove ed in cerca di rifornimenti ed una più concreta possibilità di difesa e di salvezza. E tanto meno potettero la tecnica e le virtù umane quando, il 5 dicembre 1456, le forze violente e disgregatrici della natura si abbatterono impietose sul paese cancellandone le vestigia, i monumenti, le chiese, gli averi. Anche la torre fu gravemente scossa e danneggiata: crollarono i solai, si lesionarono le cortine e la parte più alta delle pareti. Da allora e per molto tempo cessò ogni presenza umana all'interno di essa e, nonostante che alcuni conti (Roberto e Virginio Orsini) si fossero interessati delle fortificazioni del nostro paese, la torre rimase diruta e sola, senza castellano né armigeri. 
  
Dopo essere passato dai gran conti dei Marsi ai signori De Ponte, ai conti Orsini e ai duchi Colonna (come in precedenza sufficientemente riferito), può presumersi che il castello sia stato acquistato per usucapione dalla famiglia Maccafani, la quale nel 1813 aveva domandato ai Colonna il permesso per utilizzare la seconda torre come piccionaia. In verità i Colonna non lo vendettero mai né è risultato in alcun catasto o negli atti in possesso della famiglia Maccafani come questi ne siano diventati i proprietari. Agli inizi del 1900 Antonio Maccafani, già segretario comunale, vendette la torre all'avv. Carlo Vicario, che l'acquistò in buona fede. Dalla famiglia Vicario, che si rese per molti versi benemerita nel nostro paese, la torre fu acquistata nel 1966 dal Prof. Aldo Maria Arena. 
  
Questi, che aveva ripetuti legami di parentela con antiche famiglie peretane, visitato il castello, che era allora un rudere poderoso e pittoresco, avendone compreso il raro valore storico ed architettonico, iniziò un'opera di attento e coscienzioso restauro che durò per più di diciassette anni. Quest'opera ha avuto il più alto riconoscimento nella Comunità Europea quale miglior restauro in Italia nel 1983. 
  
    

Note 
(l) Che i castelli si iniziassero a costruire dal VIII , IX secolo in poi lo affermano molti storici, tra i quali ricordo: Antinori: "I castelli si iniziarono a costruire dal 882 d.c."; Brogi: "Dopo l' VIII secolo si edificarono i castelli"; Di Pietro: "Nel IX e X secolo sorgono i castelli marsicani"; Laurenti: "Verso il IX secolo si edificarono i castelli in Oricola e nei paesi vicini"; Jetti: "Dopo i saccheggi dei Saraceni i popoli iniziarono a costruire castelli nei luoghi scoscesi con l'assistenza dei primati dei loro territori"; Gattola: "L'abate Bertario di Montecassino costruì torri e mura fortissime intorno al monastero e nei suoi possedimenti"; Ker Paulus Fridolinus: "Dopo le prime scorrerie dei Saraceni il Papa Gregorio IV dette ordine ai frati di erigere castelli a difesa dei monasteri ed oppidi"; Morghen: "L'abate Aligerno di Subiaco ottenne il diritto di innalzare castelli nel 949 d.c.". 

(2) Nel 1413 il castellano era Salviano di Pereto al quale Giacomo Orsini invio una procura affinché agevolasse Carlo Orsini nel prendere possesso del castello di Pozzaglia, da lui stesso donatogli. Il castellano aveva l'obbligo di tenere corazza, balestra, armatura da testa e buona spada, e doveva pagare i fanti L.80 al mese. 

(3) Un ulteriore funzione l'ebbe quando nel 1396 vi fu tenuto prigioniero per ordine del principe Giacomo Orsini, conte di Tagliacozzo, Rostaino De' Cantelmi, il cui testamento, redatto in Pereto, è conservato nell'abbazia di Montecassino. 

(4) "Si gens hostium quantacumque venerit et visa fuerit in vallem Anienis, fiat unum falò tantum in una fenestra. Si vero in pauca quantitate 200 vel circa venerint ad Arsulum fiant duo falò simul in duas fenestras. Si vero cum magna gente vel exsercitu venerint contra nostros fiant tria falò simul in tres fenestras et tunc mictatur ad Piretum festinus nuntius cum equo qui certa nova...ducat... . 
 
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