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Duchi Colonna
Testi a cura del dott. Enrico Balla  maggiori info autore
Tolto il feudo di Tagliacozzo agli Orsini, Ferdinando II, lo conferì a FABRIZIO COLONNA. Questi, con diploma del 6 giugno 1497, si vide ufficialmente ratificare l'investitura del contado da Federico II, successore di Ferdinando II nel regno di Napoli. Con questo diploma la contea si allargò includendo anche Celle (l'attuale Carsoli). Gli Orsini, mal sopportando la perdita del feudo, si allearono con la famiglia Conti e mossero con un vero esercito contro i Colonna, ma vicino Palombara, il 12 aprile 1498, conobbero una completa sconfitta con molti morti e prigionieri. Di conseguenza, nel luglio dello stesso anno conclusero in Tivoli con i Colonna una pace onorevole, strinsero legami di matrimonio con essi e domandarono al Re Federico di pronunciarsi sul controverso possesso del contado di Tagliacozzo. 
  
Il 3.2.1499 il Re aggiudicò ai Colonna le contee di Alba e di Tagliacozzo e la baronia di Civitella Roveto ed elevò i vari feudi a DUCATO, che fu detto dei MARSI. Fabrizio Colonna ebbe anche una assegnazione di 6000 ducati da trattenersi dai dazi fiscali con l'obbligo di tenere permanentemente a disposizione del Re quaranta soldati armati. Nel 1504 arricchì la sua potenza diventando prima comandante di tutto l'esercito spagnolo in Italia, poi viceré d'Abruzzo e, alla morte di Consalvo di Cordova, Gran Contestabile del Regno. Egli non fu molto liberale con l'Università di Pereto perché pur riconoscendo le franchigie e le libertà di pascolo concesse precedentemente dal Re di Napoli, volle riservarsi la facoltà di affitto della montagna denominata i quattro quarti (ossia Fontecellese e Fonte Trinità). In cambio, però, concesse all'Università 50 ducati annui e tolse quasi tutti i pesi fiscali. 
  
Stabilì l'elezione annua di due massari e di quattro consiglieri, vietò di prestare soldi e prodotti agricoli ad usura ed esercitò il potere giudiziario nella cognizione delle prime e seconde cause civili, criminali e miste, con competenza anche di commutare le pene corporali in pecuniarie o di rimetterle in tutto o in parte. Fabrizio I morì ad Aversa il 15 marzo 1520, quattro anni dopo la fine della dominazione aragonese, ed a lui successe il figlio primogenito ASCANIO, che si sposò con donna Giovanna d'Aragona, sorella della marchesa di Vasto. Ascanio, al pari del padre, rivestì molte cariche importanti. Fu governatore degli Abruzzi e Gran Contestabile del Regno. Seguì sempre l'imperatore lottando contro il Papa, al quale arrecò gravi dispiaceri e sconfitte. 
 
Per tale motivo fu scomunicato e gli furono aizzate contro le soldatesche pontificie al comando degli Orsini. Queste, a loro volta, procurarono gravi distruzioni e stragi nel Carseolano. Tuttavia, nonostante avesse perduto alcune battaglie, Ascanio riuscì, con l'appoggio dei Re di Napoli, a mantenere il ducato di Tagliacozzo. L'odio del papato, comunque, anche se a fasi alterne, lo perseguitò fino alla sua morte, che avvenne nel carcere del castello Nuovo di Napoli il 24 marzo 1557. 
  
Il figlio MARCANTONIO I°, che ebbe l'investitura del ducato nel 1558 dal Re Filippo di Spagna, continuò la politica ostile al papato, ma nel 1562 fu graziato e reintegrato nei suoi beni da Pio IV. Fu famoso per aver contribuito, al comando di 12 galee pontificie, alla vittoria nella battaglia di Lepanto del 7/10/1571, combattuta contro i Turchi. Da allora fu detto il Trionfatore. Egli sposò Felicita Orsini, figlia di Girolamo duca di Bracciano e morì il 12 agosto 1584. A lui successero nel ducato, prima suo nipote MARCANTONIO II, figlio del suo primogenito Fabrizio Colonna e di Anna Borromeo, che morì il 1° novembre del 1595, e poi Marcantonio III, primogenito di Marcantonio II e Orsina Perretta, che morì l'8 maggio 1611. Seguì il duca FILIPPO, secondogenito di Fabrizio e di Anna Borromeo (e fratello di Marcantonio III). Anch'egli, come i suoi predecessori, fu insignito del titolo di Gran Contestabile. Si maritò con Lucrezia Tomacelli ed ebbe dodici figli. Morì in Roma l'11 aprile 1639. 
  
Dal 1639 al 29/1/1659 fu duca di Tagliacozzo il quartogenito di Filippo, Macantonio IV, che sposo Isabella Gioeni e che assistette impotente a due eventi importanti: l'uno molto significativo, la rivolta comandata da Masaniello, l'altro molto tragico, la peste del 1656-57. Il primo non appartiene alla storia di Pereto, ma è il sintomo ed il frutto di una situazione di miseria e di malcontento di tutto il reame che anche il nostro paese sopportava. 
Il governo spagnolo, per il tramite dei suoi viceré, imponeva continui e sempre nuovi balzelli, spolpava e umiliava il popolo, lo costringeva alla più squallida miseria. Un solo viceré, Giovanni Alfonso Enriquez, che governò dal 1644 al 1646, ebbe il coraggio di scrivere ai ministri regi che era impossibile togliere denaro dove non era, ma fu destituito e sostituito con il conte d'Arcos, che continuò ad esigere tasse ed imporre tributi. 
  
Winspeare numerò fino a 311 le gravezze feudali (di cui alcune con nomi alquanto strani come affida, appattuato, collatico, terratico, carnatico, barricellato, bonatenenza, quartaria, erbatico...) che colpivano le persone, le cose, gli atti, i contratti, i prodotti, i lavori dell'uomo, i privilegi e le prelazioni. L'Arcos pensò addirittura di colpire il pane e la frutta, principale e quasi unico cibo della plebe. Allora il popolo, al comando di Masaniello, un giovane pescivendolo, nel luglio del 1647, insorse infuriato, bastonò i ministri ed i raccoglitori delle gabelle, appiccò il fuoco all'ufficio delle tasse ed ai palazzi dei nobili, disarmò le soldatesche regie, saccheggiò i depositi dei viveri e chiese ad alta voce l'immunità da ogni tassa o balzello. Il tumulto si sedò solo dopo la formale promessa che i gravami sarebbero stati tolti e gli antichi privilegi restaurati. Le promesse, tuttavia, non furono successivamente mantenute. Quando la rivoluzione fu sedata iniziarono i supplizi, le confische, la paure, le fughe e si ritornò a pagare e soffrire come prima, ma con un pizzico di maturità in più. 
  
A far soffrire ancora di più i nostri antenati scoppiò il flagello della peste, che già nel medioevo si era abbattuta su tutta l'Italia e l'Europa, ma che sin dall'antichità aveva sempre tragicamente accompagnato la storia dell'umanità. Il ricordo di essa purtroppo era ancora fresco, perché la popolazione di Celle (Carsoli) nel 1636 aveva già sopportato tale epidemia perdendo ben 104 cittadini. In quell'occasione gli altri paesi del Carseolano riuscirono a rimanere illesi dal contagio grazie alle tempestive predisposizioni di carattere igienico e di pubblica sicurezza adottate. I primi casi di peste furono scoperti nel mese di marzo del 1656 in alcune città della Sardegna. Rapidamente il contagio si trasmise a Napoli, a Roma ed a Genova, che l'anno seguente fu spopolata. 
Da Napoli il morbo dilagò in Abruzzo e già nel maggio si avvertirono i primi sintomi in Chieti. Nel mese di luglio e agosto tutto l'Abruzzo era colpito dal contagio. 
  
Non appena giunsero le prime notizie, il podestà di Pereto adotto subito severe disposizioni: vietò l'acquisto di merce da trafficanti napoletani; stabilì che ogni giorno un cittadino armato, tirato a sorte, doveva esercitare una severa vigilanza sulle persone e cose che entravano in paese (tre cavalieri romani che volevano forzare le porte furono uccisi); diede ordine ai consiglieri di vigilare sull'igiene pubblica, sulla pulizia delle strade e dei luoghi pubblici; invitò la popolazione a non allontanarsi dal paese e a non contattare persone straniere e fece emettere un edito dai deputati per la salute con il quale si ordinava alle guardie di non far entrare persone che venivano dal santuario della Madonna dei bisognosi, dove erano stati segnalati casi di sospetto contagio. 
  
Tali accorgimenti, tuttavia, risultarono vani e, dopo pochi giorni dai primi casi di malattia segnalati in Rocca di Botte e Carsoli, il terribile morbo si fece sentire dapprima con casi isolati, poi con tutta la sua violenza. Di fronte ai primi casi accertati di peste, il podestà ordinò la quarantena, consistente nel rimanere chiusi nelle proprie case, e istituì i "biglietti di salute" per coloro che potevano e dovevano uscire di casa e dal paese per servizio, per reperire medicine e approvvigionamenti di viveri o per andarsi a rifugiare nei monti. I molti feriti riempirono presto l'ospedale, per cui fu necessario sequestrare alcune case. Appena cominciarono i primi decessi un gran panico prese tutti: donne, uomini, vecchi e bambini; tutti volevano fuggire, ma i parenti agonizzanti li chiamavano; il morbo gia li aveva toccati; fuori dalle mura non avevano molti viveri ed un rifugio sicuro; tutti gli altri paesi erano in preda allo stesso flagello; occorreva chi accudisse e curasse i feriti, chi li seppellisse, chi accendesse ed alimentasse i fuochi per impedire che il contagio dilagasse ancor più. Lo sgomento e l'angoscia facevano proliferare scene di follia che rendevano ancor più allucinante e tetra la devastazione; chi correva frenetico per il paese, chi piangeva i cari morti, chi si disperava per non voler morire, chi si gettava infelicemente dalle finestre. 
  
Di fronte a tanta disperazione collettiva, a tanto smarrimento generale, il podestà non si perse d'animo e cominciò ad operare con fermezza e con i modi più idonei per fronteggiare efficacemente la gravissima situazione. Avendo visto che i cimiteri delle chiese parrocchiali erano insufficienti ordinò di scavare delle grosse fosse dietro la chiesa di S. Giovanni fuori le mura, nominò a sorte i becchini con l'ingrato compito di seppellire i morti (ma dopo qualche giorno morirono anch'essi e si dovette sceglierne in continuazione), dettò precise disposizioni per disinfettare strade e case e per gli approvvigionamenti. Molti appestati andarono di propria spontanea volontà a buttarsi nella fossa. Quanti non trovavano la forza sufficiente per sospingersi in essa rimanevano ai margini, lasciando il triste compito dell'ultima spinta ai nuovi appestati che si avvicinavano in attesa del fatal destino. 
  
Verso la fine di settembre la peste si arrestò; cessarono le morti epidemiche, si fece la "spurga" delle case e delle robe; si accesero dei fuochi per bruciare le cose infette (materassi, panni ed altro) e persino qualche cadavere puzzolente di appestati che per morire erano andati a nascondersi; si ricoprirono con uno strato di rena le fosse sepolcrali per evitare che si diffondesse una nuova infezione. Il fatto che la peste abbandonasse il paese in poco tempo fu attribuito ad un miracolo e si organizzarono cerimonie di ringraziamento, per la divina clemenza, con messe solenni e grandiose processioni. Con la fine dell'incubo la vita riprese e l'essere scampato alla morte dava ai superstiti la sensazione come di una nuova nascita. Le conseguenze del contagio, però, si fecero sentire ancora per molto: mancanza di braccia per coltivare le terre, aumento dei prezzi, carestia, fame, ricordi angosciosi e terrificanti. 
  
La popolazione ne risultò diminuita e dopo un confronto delle numerazioni dei fuochi o delle famiglie che si contarono prima e dopo la peste, risulta che nel 1649 Pereto aveva 173 fuochi, mentre nella successiva numerazione del 1658, pubblicata nel 1669, ne aveva appena 144. Dunque la peste aveva estinto e allontanato ben 29 nuclei familiari, corrispondenti all'incirca a 130 persone (il 16,7% della popolazione) e le sopravvissute famiglie presentavano una riduzione nel numero dei componenti. Negli altri paesi del Carseolano si ebbero il seguente numero di vittime: 373 in Rocca di Botte (il 53,4% della popolazione), in Carsoli 94 (il 16,9% della popolazione), 63 in Oricola (il 18,4% della popolazione). Solo Poggio Cinolfo fu risparmiato dal morbo ed anzi colà si stabilirono una trentina di nuclei familiari nuovi, fuggiti anzitempo dagli altri paesi, che aumentarono la sua popolazione da 35 a 69 fuochi, con un incremento del 97,4% (Rel. Del Mons. Ascanio De Gasperis, vescovo dei Marsi vedasi nota di pag. 91). 
 
A seguito degli eventi luttuosi il viceré Don Garzia de Avellaneda y Haro ordinò che tutte le università del Reame che avevano sofferto la peste fossero sollevate dal pagamento dei pesi fiscali per tutto aprile del 1657 e che dal primo maggio dello stesso anno pagassero la quarta parte in meno di quanto dovevano. A Marcantonio IV successe nel ducato di Tagliacozzo il suo primogenito LORENZO ONOFRIO COLONNA, che sposò Maria Mancini, dalla quale ebbe i due figli Filippo e Marcantonio e che governò fino al 1689. Ai suoi tempi scoppiò l'insurrezione di Messina contro gli spagnoli (anno 1673). 
  
Come per Napoli, furono il mal governo, le angherie dei nobili ed i pesi fiscali a provocare la reazione dei popolani. Questi chiesero ed ottennero l'aiuto dei Francesi che, desiderosi di impadronirsi della Sicilia, nel febbraio del 1675, si scontrarono con la flotta spagnola, la vinsero ed entrarono trionfalmente in Messina. La Spagna, però, adirata per questi rovesci, nominò viceré Fernando Fajardo, elesse un nuovo ammiraglio per le sue flotte, indisse una speciale leva di uomini e navi ed inviò ministri regi a reperire molti denari a Napoli ed in Sicilia per continuare e vincere la guerra contro Messina. 
 
A Lorenzo successe, nel 1689, il figlio primogenito FILIPPO II, che morì il 6 settembre 1714 e che ebbe per mogli Olimpia Panfili e Lorenza della Gerda Aragona. Gli ultimi tre duchi di Tagliacozzo furono, di padre in figlio: FABRIZIO II, fino al 28 ottobre 1755, che ebbe per moglie Caterina Refirina Salviati; LORENZO II, fino al 2 ottobre 1779, che ebbe per moglie Marianna D'Este; FILIPPO III, che rimase spogliato del feudo nel 1806 e che morì nel 1818.

 
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