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I signori De Ponte
Testi a cura del dott. Enrico Balla  maggiori info autore

Dopo i De Berardi a reggere le sorti di Pereto e del Carseolano, furono posti i De Ponte. La prima fonte storica che li menziona è del 1150; si tratta del catalogo dei baroni fatto stilare dal Re Ruggero per stabilire la forza di difesa atta a contrastare l'alleanza, formata dopo la seconda crociata, tra Corrado III di Germania e l'imperatore bizantino Manuello Commeno. Il patto prevedeva, fra l'altro, anche l'intesa per un congiunto attacco al regno normanno. Cosicché, tanto per motivi di difesa quanto al fine di procedere alla leva militare per la spedizione in Terra Santa, i Re normanni ordinarono l'arruolamento nelle provincie dell'Italia continentale. 
 
Il documento si riferisce al periodo compreso fra il 1150 ed il 1168; infatti presenta un aggiornamento del 1167 che, peraltro, ha indotto alcuni studiosi a ritenere quest'ultima data quale epoca della prima compilazione o della prima istituzione del registro. Nel 1167, dunque, per opera di Guglielmo II il buono, il territorio di Pereto fu frazionato in cinque parti ed affidato a: TODINO DE PONTI, che doveva fornire al Re normalmente sette soldati a cavallo e, per la spedizione in Terra Santa, quattordici cavalieri e 48 fanti; RAINALDO DE PONTI, che doveva fornire normalmente sette soldati a cavallo e, per la spedizione in Terra Santa, quattordici cavalieri e 28 fanti; ODERISIO di VERRECCHIA, che doveva fornire normalmente sette soldati a cavallo e, per la spedizione in Terra Santa, quattordici cavalieri e 28 fanti; MALASTRINO di S. DONATO, che doveva fornire normalmente un soldato a cavallo e, per la spedizione in Terra Santa, due cavalieri e quattro fanti; BONAVENTURA di TAGLIACOZZO, che doveva fornire normalmente sette a cavallo e, per la spedizione in Terra Santa, 14 cavalieri e 28 fanti. 
  
Ognuno di questi cinque signori oltre la quinta parte di Pereto possedeva altri estesi feudi. I soldati del principato dei Marsi (1500 uomini tra cui 9 cavalieri e 18 serventi di Pereto), nel 1185 furono guidati da Bonaventura di Tagliacozzo in Terra Santa per dar man forte alla pericolante Gerusalemme, che era assediata da Saladino. L'impresa non riuscì, Gerusalemme cadde nel 1187 ed nostri morirono combattendo in terra straniera per una causa nobile sì ma che non era la loro e che serviva solo ad appagare lo spirito di avventura e l'ambizione dei sovrani e dei cortigiani di quei tempi. Gli altri paesi del Carseolano in tale occasione fornirono: 
- Celle, 8 cavalieri e 16 fanti;
- Oricola, 2 cavalieri e 4 fanti; 
- Rocca di Botte, 6 cavalieri e 12 fanti; 
- Poggio Ginolfo, 2 cavalieri e 4 fanti; 
- Fossaceca 2 cavalieri e 4 fanti. 
Dall'esame del "Catalogo dei Baroni" si ricavano altre importanti notizie di interesse locale. Sul registro ci sono alcuni feudi tenuti "in servitium" ed altri tenuti "in demanium" o "in capite". Mentre i feudi tenuti "in demanium" erano posseduti personalmente dal feudatario che li riceveva direttamente dal Re, al contrario i feudi tenuti "in servitium" erano quelli che dal feudatario, che li teneva in demanium o in capite, venivano concessi ad altri signorotti locali in suffeudo. Ebbene, Pereto e gli altri paesi del Carseolano venivano concessi direttamente dal Re ai vari feudatari. Tale concessione non comportava l'ereditarietà del possesso del feudo.
  
Era sempre il Re che, alla morte di un conte o di un barone, doveva dare l'investitura ad un altro rappresentante della stessa famiglia o addirittura ad un estraneo. Questo fatto era dovuto alla crescente autonomia che in quel tempo andavano acquistando i Comuni, dove vivevano uomini liberi, proprietari, artigiani, commercianti, contadini e coloni. Dal 1187 al 1238 signore di Pereto fu BARTOLOMEO DE PONTI, che aveva anche Tagliacozzo ed altri feudi della valle dei Marsi, tra i quali Oricola, Celle e Castel Morano. Egli assistette alla decadenza della monarchia normanna e all'avvento di quella sveva. Sposò Maria (alcuni dicono Margherita) D'Aquino, sorella di S. Tommaso D'Aquino, dalla quale ebbe sei figli: Andrea, Risabella, Imilla, Baldoino, Nicolò e Roggero. Risabella andò in sposa a Napoleone Orsini ed a questi porto, alla morte di Bartolomeo, parte della contea di Tagliacozzo. L'Orsini per detta parte della contea prestò giuramento al Papa Innocenza IV, avendone in cambio nel 1255 l'investitura. 
  
IL 9 marzo 1270 Napoleone fece testamento in favore del figlio Giacomo, ma i possedimenti che aveva nella contea di Tagliacozzo, a causa delle controversie sorte con la famiglia De Ponte, furono ufficialmente riconosciuti all'erede da Carlo II solo il 6.3.1294 contro un censuo annuo di 40 once d'oro. La rimanente parte della contea fu ereditata da ANDREA DE PONTI (1238-1278). Questi, appena preso possesso dell'eredità, si preoccupò di rinforzare con apposite strutture i luoghi a lui soggetti. La prima opera che realizzò fu una torre a Tagliacozzo, costruita contravvenendo ad una ordinanza imperiale. Il giustiziere d'Abruzzo, tale B. Pisone, ne riferì a Federico II ma questi, certo e consapevole della fedeltà dei De Ponte, non solo perdonò Andrea, ma nello stesso anno (1241) emanò un editto con il quale ordinò ai suoi feudatari che si riparassero tutti i castelli del Regno che erano semidistrutti. 
  
Limitatamente al Carseolano stabilì che venissero riparati i seguenti castelli dalle seguenti genti: - il castello di Celle dagli uomini di Celle, Tufo, Colli, Luppa, Rocca di Cerro e Pietrasecca; il castello di Oricola dagli uomini di Oricola, di Pereto e di Sorbo; La Rocca di Prugna e la Rocca di Botte dagli uomini di dette terre e da quelli di Civitas Carseoli (l'attuale Civita di Oricola), di Verrecchie, di Petrella, di Cappadocia, di Morbano e di Castellafiume. Il castello di Pereto non fu compreso nei castelli da riparare perché presumibilmente era intatto. Ed è anche presumibile che Andrea abbia costruito una cisterna per raccogliervi l'acqua; come peraltro fece in altri castelli della Marsica (vedasi nr. 84 della nota bibliografica). Nel 1242 Federico II venne nella Marsica con lo scopo di aggredire Roma. Devastò i territori di Rieti e dei dintorni di Roma, diroccò torri e castelli pontifici e tolse molti beni ai cardinali e senatori Romani per indurli ad eleggere senza indugio il Papa. 
  
Le devastazioni spinsero i cardinali ad eleggere Innocenzo IV, e Federico, placate le sue ire dovute al fatto che in Italia ed in Francia si diceva che la ritardata elezione fosse dovuta alle sue macchinazioni, si ritirò nelle Puglie. Tale Papa con bolla del 5 novembre 1243 confermò una donazione fatta dall'abate Matteo di Farfa al monastero di S. Silvestro di Pereto delle suore dell'ordine di S. Damiano di Assisi, fondato il 15 gennaio 1239 per interessamento del cardinale Rainaldo vescovo di Ostia e Velletri che nel 1250, eletto Papa col nome di Alessandro VI, venne in Pereto per consacrare le due chiese di S. Silvestro e di S. Giovanni Battista. Al citato monastero fu donata da Matteo l'attigua chiesa di S. Silvestro con tutte le sue pertinenze e da Andrea De Ponte un cospicuo appezzamento di terreno all'intorno. Questa seconda donazione fu confermata dal Papa con bolla del 14 dicembre 1243, nella quale si stabiliva che, qualora le suore abbandonassero il monastero, i beni tornassero ai primitivi proprietari. 
  
La prima badessa fu Imilla, sorella di Andrea. Ad essa il Papa personalmente inviò le due bolle, esprimendole l'augurio che facesse risorgere il vecchio splendore sia temporale sia spirituale della chiesa di S. Silvestro ed obbligandola a pagare 12 soldi al monastero di Farfa nel giovedì santo di ogni anno. Nel maggio del 1265, Carlo D'Angiò, che era diretto a Roma per invadere il regno di Napoli, fu rifornito di vettovaglie e gli fu trasmesso l'invito di Clemente IV, che si trovava a Viterbo, di confermare i patti dell'investitura e di attaccare senza indugio il monarca tedesco. Quando Manfredi apprese che, nonostante le sue misure, Carlo stava in Roma, radunò tutte le sue forze e si diresse contro di essa passando nel nostro territorio. 
  
Egli pensava che i vari castelli ed oppidi si schierassero dalla sua parte; invece, come gia era successo in Lombardia e nell'Emilia Romagna, trovò le porte chiuse dappertutto. Andrea De Ponte, i baroni, i conti, i militi e le università del giustizierato d'Abruzzo, avevano gia fatto giuramento di fedeltà a Carlo, nelle mani dei fratelli Odone e Andrea Brancaleone inviati speciali dell'angioino. Manfredi, allora, iniziò a fare taglieggiamenti e ritorsioni contro di essi. In tale occasione anche le case di Pereto che stavano fuori dalle mura del castello furono distrutte e si riuscì a salvare solo le bestie e le masserizie che erano state racchiuse in esso o che erano state opportunamente nascoste o disperse. Carlo, ricevuti i rinforzi dalle principali famiglie romane e dai De Ponte, mosse subito contro Manfredi e si attestò ad Arsoli, avendo in animo di attaccare il giorno successivo. Manfredi, però, appresa la notizia che erano in arrivo anche le forze guelfe dei lombardi, dei romagnoli, dei toscani e di Simone di Manforte, preferì retrocedere nel Napoletano. 
  
Carlo allora se ne tornò a Roma, si fece incoronare Re dal Papa Clemente IV il giorno dell'epifania del 1266 e si apprestò ad invadere il Regno di Napoli. In poco tempo occupò i castelli di Arce, di S. Gennaro, di Rocca Rinalda, il monastero di Montecassino, che riconsegnò all'abate ed ai monaci, Capua e le altre terre fino a Benevento. Nella valle del Calore, nel febbraio del 1266, Carlo entrò in contatto con l'esercito di Manfredi, diede battaglia e, lasciando morto sul campo lo stesso Manfredi, vinse ponendo fine di fatto alla dominazione sveva in Italia. In quella battaglia, inquadrati nel quinto squadrone della terza schiera, insieme ai romani, lombardi e toscani, combatterono anche cavalieri e fanti di Pereto e degli altri castelli dei De Ponte. Andrea De Ponte dimostrò la sua fedeltà e la sua disponibilità a Carlo I anche in altre occasioni. Al termine della battaglia di Tagliacozzo, avvenuta il 23 agosto 1268 tra Scurcola e Alba, rifornì di viveri e vettovaglie l'esercito angioino. 
  
Nel 1269, quando il giustiziere dell'Abruzzo Landolfo Franco di Capua, portavoce del Re, richiese ancora aiuti a lui e agli altri feudatari della zona, inviò subito molti cavalieri e fanti all'assedio di Lucera, dove si erano asserragliati i Saraceni ostili a Carlo D'Angiò, che resistevano già da quattro mesi. In questa occasione il Re fece sapere che si accontentava anche di soldati armati di sole vanghe, falci o picconi, purché in grado di vettovagliarsi autonomamente. Da Pereto fu prelevato un uomo per focolare. Questo manipolo di soldati, insieme ad altri marsicani, dovette distinguersi per valore, abnegazione e spirito di sacrificio ed acquistare grande considerazione e riconoscenza da parte del Re, se questi concesse a Pereto e ad altri paesi della zona una "carta libertatis". E può ragionevolmente attribuirsi a questo periodo l'erezione della prima cinta di mura di Pereto, coerentemente alla politica di Carlo I di creare dei centri di difesa nei punti strategici dei confini del regno. Da allora i Peretani non furono più chiamati sudditi, ma "homines"(l).
   
Tale "carta libertatis" non è giunta fino a noi, ma è menzionata in una monografia compilata da Giorgio De Ponti, che racconta la storia di Pereto fino all'anno 1371 (vedasi nr. 22 della nota bibliografica e nota nr.1 sotto riportata). Con tale carta venivano concessi il diritto di tagliare legna, d'attingere acqua, di condurre al pascolo il bestiame nel territorio feudale. Era la nascita dell'"Universitas" peretana, intesa come comunione di genti, sancita sì dal Re e dal feudatario, ma certamente maturatasi negli anni precedenti, a seguito degli aneliti di libertà che avevano fatto sorgere autonomie comunali in molte parti d'Italia nonostante le avversioni e la repressione di Federico II. Ogni capofamiglia allora piantò un olmo innanzi alla sua casa come simbolo di indipendenza e la piazza antistante il castello fu denominata "degli olmi". 
  
Nel 1271 e nel 1278 Andrea strinse legami con due potenti famiglie romane, facendo sposare sua figlia Sibilla e suo figlio Andrea il Novello rispettivamente con Orsillo, figlio di Matteo Orsini, e con Cecilia, figlia di Stefano Colonna; Gli altri figli di Andrea erano: Francesco, Guglielmo, Iacopo, Gualtiero, Ruggiero, Rinaldo, Agato, Oderisio, Pietro e Beatrice. In Pereto alla morte del vecchio e benemerito Andrea, nel 1278, solo ANDREA IL NOVELLO ed i suoi fratelli Pietro e Francesco avevano possedimenti cospicui dal 1272. Infatti, in occasione del matrimonio di Andrea il Novello con Cecilia, figlia di Stefano Colonna, il re Carlo dispose di assegnare il castello di Oricola ad Andrea ed il castello di Pereto a suo Fratello Francesco (cfr. Reg. Angioini XIX, 1277-1278, pag. 221, nr. 370). Gli altri proprietari erano i liberi cittadini che con diploma di Carlo I D'Angiò avevano ricevuto appezzamenti di terreno nella pianura e gli abati delle varie chiese che ancora avevano molti coloni alle dipendenze. 
  
Tra i principali cittadini proprietari si annoverano Giovanni Leonio, Paolo Lancialonga, Nicola Giustini, Andrea Camposecco, Domenico Iadeluca, Giuseppe Pagano, Tommaso Valla e Francesco De Pavisio. Andrea il Novello nel 1238 dovette affrontare Corrado di Antiochia che, allo scopo di riconquistare la contea di Alba, aveva raccolto soldatesche a Saracinesco. In suo aiuto militarono il suocero Stefano Colonna da Genazzano ed il rettore della campagna, che respinsero le milizie di Corrado e di Galvano Lancea (Reg. Angioini, IV, 1266-1270, pag. 4, nr. 18). Questi l'anno successivo riuscì ad entrare negli Abruzzi e ad occupare parecchi castelli (tra cui Oricola, Celle, Poggio Ginolfo, Colli e Rocca di Cerro), ma non ebbe modo di godersi la vittoria, perché fu subito attaccato e vinto nei pressi di Albe oltre che dalle forze di Stefano Colonna anche da quelle di Giovanni d'Appia, inviato dal Papa Martino IV. Andrea il Novello, che visse fino al 1296, ebbe due figli: Pietro e Giovanni. Quest'ultimo non ebbe feudi nella Marsica, ma visse per un certo periodo a corte e poi divenne cardinale. Si ricorda per aver sanato una controversia sorta tra alcuni nobili di Pereto e l'Università in ordine all'esenzione dai pesi fiscali a loro accordate dal Re Carlo II nel 1313. Il primo, invece, riunì sotto di sé la maggior parte del territorio peretano in quanto oltre ai beni del padre, ereditò tutti i possedimenti che i suoi zii Pietro e Francesco avevano in Pereto ed Oricola (2). 
  
Nel 1309 Pietro si ritirò nel castello di Corcumello, dove lo raggiunse la morte nel 1316. I suoi possedimenti furono ereditati dai tre figli Nicola, Giovanfrancesco (detto Cecco) e Andreuccio ai quali però, per la crescente potenza degli Orsini, non rimasero che le briciole di quella grandezza, nobiltà e ricchezza che avevano avuto i loro avi, signori di tutta la parte occidentale della Marsica. Dei tre figli di Pietro De Ponti, GIOVANFRANCESCO ebbe tutti i possedimenti paterni siti in Pereto, dove visse rivestendo varie cariche amministrative e giudiziarie, che a quei tempi erano elettive e con scadenza generalmente annuale. I suoi fratelli ereditarono gli altri beni siti nella Marsica e a Corcumello. Giovanfrancesco morì nel 1345, lasciando in eredità i suoi possedimenti (tra i quali la torre) a GIORGIO DE PONTI. Questi, che visse fino al dicembre del 1371, ebbe due figli: Puccia ed Antonio. 
  
La prima andò sposa a Giovanni Orsini signore di Licenza ed il secondo visse in Pereto. PUCCIA ed ANTONIO sono da ricordare perché fu con essi che Pereto passò per la prima volta sotto la signorìa degli Orsini. Puccia De Ponte vendette nel 1373 metà del castello di Pereto ai fratelli Rainaldo e Giovanni Orsini, che erano congiuntamente conti di Tagliacozzo. Tale vendita venne ratificata dalla regina Giovanna I in Napoli il 1° gennaio 1374. L'altra metà del castello fu venduta da Antonio De Ponte a Giacomo Orsini, figlio di Giovanni, che alla morte del padre e dello zio (1390), divenne conte di Tagliacozzo. Tale vendita, per la quale Antonio ricevette quattromila fiorini d'oro, fu confermata con un diploma del Re Ladislao il 9 maggio 1405 (3). L'importo è molto rilevante se si pensa che nello stesso periodo Antonio Colonna comprò Nepi da Rainaldo Orsini per 300 fiorini d'oro e Giordano Colonna comprò Frascati dal Capitolo del Laterano per 10.000 fiorini d'oro. Antonio fu l'ultimo rampollo della famiglia De Ponte in Pereto. A lui sopravvissero solo i suoi cugini Battista e Buzia, figlia di Alessandro De Ponte (a sua volta figlio di Andreuccio De Ponti). Buzia sposò nel 1453 Sante Vetoli di Corcumello e Battista divenne vescovo di Bitonto. 
      

Note 
(l) In quell'occasione ottennero la "carta libertatis anche Celle, Albe, Tagliacozzo, Scurcola e Castellafiume. Cfr. Registri Angioini Arch. Stat. Napoli n. 74 

(2) I beni che lo zio Pietro aveva in Tagliacozzo, Rocca di Cerro e Tremonti furono ereditati dal fratello Francesco, il quale cedette al nipote Pietro i beni che aveva in Pereto, cioè il castello.

(3) Nel contratto Giacomo fece inserire che voleva dai Peretani il consueto giuramento di fedeltà, salvi i diritti Feudali loro riconosciuti già da tempo dai sovrani susseguitisi da Carlo D'Angiò in poi. Vedasi nr. 53 della nota bibliografica.

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