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Gran Conti dei Marsi
Testi a cura del dott. Enrico Balla  maggiori info autore

Al tempo della dominazione Franca i conti erano coloro che, all'interno del loro contado, esercitavano e rappresentavano l'autorità regia. Essi erano eletti in ogni provincia direttamente dal Re, che consegnava loro una bandiera e che li obbligava a sottostare ad un codice di comportamento. Qui di seguito ne riporto le principali regole: offrire la massima fedeltà ed ubbidienza al loro Re; per difendere l'integrità del loro contado, i loro sudditi e le loro ricchezze, bandire le leva degli uomini liberi e porsi al comando di essi; mantenere l'ordine, la sicurezza, la moralità pubblica e, soprattutto, la pace; giudicare i malfattori ed i fuorilegge; approvare la fondazione dei cenobi; dare l'investitura agli abati; avere la massima riverenza per le chiese ed aiutare i vescovi nelle loro opere; imporre tributi ai sottoposti per mantenere la corte e gli eserciti, per costruire opere pubbliche e per far fronte ai bisogni collettivi. 
 
Grande era il prestigio ed il fasto che circondava il conte. Egli si cingeva il capo di corona, si faceva scortare e seguire da cortigiani e fedeli, faceva inserire nei diplomi gli anni del suo contado e partecipava all'elezione del nuovo Re. Il conte franco aveva tutte le funzioni e l'autorità del duca longobardo e si distingueva dal gastaldo. Questi era solo un ufficiale regio addetto all'amministrazione di quanto apparteneva alla regia Camera, al controllo delle scuole, dei luoghi pii, della salute pubblica, dei mestieranti e dei negoziatori ed alla riscossione dei tributi dovuti al Re. Non poteva donare né acquistare per donazione ed aveva il potere di giudicare solo le cause che riguardavano le cose e le persone appartenenti alla corte, che erano immuni dalla giurisdizione del conte. Solo al tempo dei Longobardi il gastaldo poteva condurre eserciti ed avere quindi potestà militare. 
  
In definitiva il gastaldo era un pubblico ufficiale demaniale ed amministrativo, direttamente dipendente dal Re. Si può quindi affermare, contro l'opinione del Faraglia, dello Spinelli, del Micheli e di altri storiografi nostrani, che i conti nei nostri paesi succedettero nella giurisdizione ai duchi e non ai gastaldi. I conti, infatti, furono preposti al contado marsicano quando questo fu reso autonomo dal ducato di Spoleto da parte dell'imperatore Ludovico I, nei primi decenni del nono secolo d.c. (819-840). I gastaldi continuarono fino all'anno 871 ad affiancare i conti, ma poi, quando per opera dell'imperatore Ludovico le loro mansioni furono da questi ultimi assorbite, scomparvero dal comitato marsicano. Per quanto riguarda i rapporti politici dei nostri conti con i duchi di Spoleto occorre innanzitutto dire che questi erano superiori a quelli. I duchi governavano un'intera regione, i conti solo la "Civitas" (territorio abitato da una stessa popolazione). 
  
Nei territori della Marsica c'erano una Civitas reatina, una Civitas teatina, una Civitas pinnense, una Civitas amiternina, una Civitas valvense, una Civitas forconina, una Civitas marsicana. Una certa subordinazione quindi ci fu e forse appunto in conseguenza di essa i nostri conti militarono sempre in accordo con i duchi di Spoleto e questi, morto o deposto il conte dei Marsi senza che si fosse designato il successore, ne prendevano il posto. Solo quando i conti divennero ereditari, i duchi di Spoleto furono per sempre esclusi dal dominio diretto o indiretto della Marsica. Ciò avvenne intorno all'anno 926 quando, dopo un periodo di anarchia che vide nella Marsica le lotte per la supremazia tra Attone e i suoi figli da una parte e Gualdeberto e Gotifredo dall'altra, Ugo di Provenza (Re d'Italia dal 926 al 947), in cambio del loro aiuto ed in omaggio alla loro fedeltà, insediò nella parte orientale della Marsica la stirpe di Attone e nella parte occidentale quella di Berardo. 
 
A questa prima spartizione ne seguirono, alla morte dei due capostipiti, molte altre. Ogni discendente voleva una parte di territorio, e così i discendenti dei discendenti, fino a raggiungere l'assurdo politico che ogni paese aveva il suo conte. Nella storia, tuttavia, solo la stirpe di Berardo fu propriamente insignita del titolo di "Conte dei Marsi", gli altri si chiamavano semplicemente conti. 
  
Il primo conte preposto da Ludovico il Pio nella Marsica fu ILDEBERTO che durò fino all'anno 851. Egli era figlio di Morino il quale, stando alla leggenda, lo fece sposare con Imidia. Quando questa, durante una battuta di caccia al capriolo, cadendo da cavallo morì, Ildeberto volle che il monte prendesse il suo nome (oggi Monte Midia). Nell'848 assistette impotente ad una scorreria di Saraceni e Mauri che nelle nostre terre e nelle vallate dell'Aniene depredarono chiese, conventi, case e ville, alla ricerca di tesori e vettovaglie. Essi erano sbarcati nell'846 ad Ostia con 63 vascelli e 500 cavalli ed avevano investito Roma ed i sobborghi. Erano quasi nudi, armati di arco e frecce se a piedi, di lancia e della terribile scimitarra se a cavallo. 
  
I loro cavalli erano di rara bellezza, di straordinaria forza e velocità e molto docili ed obbedienti. Combattevano alla spicciolata, non in squadre compatte come i settentrionali, volgendosi impetuosamente indietro a mo' di fuga qualora la resistenza del nemico risultava impenetrabile. Essi non avendo macchine guerresche, salmerie e supporti logistici si trovavano sempre in difficoltà nell'assediare ed espugnare le fortezze. Fa meraviglia il constatare come Maometto abbia potuto col solo fanatismo religioso formare un popolo che non aveva leggi politiche né magistrati. Un popolo guerriero, sobrio, paziente e sottomesso ma feroce, crudele e devastatore; indifferente per il presente ed il terreno, ma con una smania irrefrenabile per il mondo futuro e spirituale. "La spada -diceva Egli- è la chiave del paradiso e dell'inferno. Una goccia di sangue sparsa per Iddio, una notte vegliata in armi, saranno contate ai fedeli quanto due mesi di digiuni e di preghiere. Perdono di ogni peccato per coloro che muoiono il giorno della battaglia. All'ora del gran giudizio le sue ferite brilleranno di un bel verde smeraldo e profumeranno di ambra e muschio; angeli e cherubini prenderanno il posto delle membra perdute". 
 
A queste lusinghiere e celestiali promesse, Maometto aggiunse per i più restii e per gli increduli il diritto di suddividersi le ricchezze ed i beni depredati al nemico. In questo modo il ladrone del deserto lo seguiva e lottava per lui, spinto dalla fame di oro e di donne e dalla certezza della felicità eterna. Nell'849 furono però sconfitti presso Ostia in una battaglia navale dalle forze bizantine chiamate da Papa Leone IV. 
 
IL secondo conte fu GERARDO (852-86l). Egli viene ricordato perché, insieme al duca di Spoleto Lamberto, prestò aiuto ai gastaldi beneventani Magolperto e Guadelperto contro i Saraceni che da Bari (dove erano giunti già un decennio prima) si erano spinti fino nelle terre capuane. In quella occasione furono tanto sprovveduti da farsi sorprendere ed uccidere. Il Peregrinus racconta che i nostri militi procedevano disordinatamente senza vedette e senza prudenza e quando giunsero sulle rive di un fresco fiumiciattolo si tuffarono nell'acqua e non si avvidero del nemico che piombò loro alle spalle. Solo il duca Lamberto ed un manipolo di soldati riuscì a trarsi in salvo. 
  
Il terzo conte fu un altro ILDEBERTO (862-870) che, unitosi ai duchi Lamberto di Spoleto ed Adalgisio di Benevento tentò di scuotere il gioco dei Francesi. L'imperatore Ludovico II, nell'870, fu addirittura fatto prigioniero dal duca di Benevento ma, liberatosi, prima pretese un atto di sudditanza da quest'ultimo poi privò del ducato di Spoleto e della contea dei Marsi i due ribelli Lamberto e Ildeberto. Al loro posto SUPPONE, vassallo e consigliere dell'imperatore, fu eletto duca di Spoleto e reggente in sede vacante della contea dei Marsi, ove resistette fino all'875, l'anno successivo a quello della morte del suo protettore Ludovico II. 
  
In tale anno Carlo il Calvo, su richiesta del Papa Gregorio VIII , che lo aveva sostenuto nella scalata al trono imperiale, scelse al governo della Marsica un certo ATTONE (876-S95 circa) ed a quello del ducato di Spoleto Guido. Questi due blasonati furono i primi a beneficiare degli effetti del capitolare di Kiersy dell'877 ed infatti dall'876 al 897 nel ducato di Spoleto si susseguirono ben quattro esponenti della famiglia Guido e nella contea dei Marsi mise le radici, dopo una breve interruzione, per molti anni la stirpe degli Attone. Tra le molte donazioni che Guido ed Attone fecero, per riconoscenza, al Papa Giovanni VIII c'era anche il Carseolano e gran parte della Sabina. Ai tempi di questo conte (881) anche la Marsica conobbe la ferocia dei Saraceni (la provincia Valeria ed il Carseolano erano gia state invase nel 848). Questi avevano creato una base fortificata a Traetto, alle foci del Garigliano, da dove senza sosta partivano come belve affamate alla ricerca di preda e di sangue.
  
Nell'ottobre del 883 abbatterono l'abbazia di Monte Cassino, nel 897 quella di Farfa e di San Vincenzo al Volturno, quindi quella di San Clemente di Casauria ed il monastero di Santa Maria in Apinianico (vicino Pescina). Erano comandati da un califfo, più bestia che uomo, che era aduso mangiare e bere stando seduto su un cumulo di corpi sanguinanti, poco prima da lui stesso uccisi. Dal 895 al 898 una frangia di infedeli dimorò nel Carseolano. Questi devastarono le campagne, misero a ferro fuoco le ville, le abitazioni, i conventi, sgozzarono barbaramente i religiosi e quanti si opponevano ai loro voleri, stuprarono le donne, rubarono le cose di valore, le scorte di viveri e gli indumenti. Le campagne conobbero di nuovo squallore ed abbandono. Allora numerosissime furono le esortazioni e le concessioni da parte di Sovrani e di Papi affinché si costruissero castelli in luoghi opportuni. Ma bisognerà aspettare il ripopolamento del Carseolano e la venuta del conte Berardo per vedere innalzata in Pereto la prima torre. 
  
Quando i Saraceni si dipartirono dal Carseolano, tenne il governo della contea, al posto di Attone I ucciso dagli infedeli, il nuovo duca di Spoleto ALBERICO (898-914). Ad Alberico successe per pochi anni GUALDEBERTO, ma il fratello del Papa Giovanni X lo spodestò e diede il contado della Marsica a GOTTIFREDO. Nel 926 giunse in Italia, proveniente dalla Provenza, Ugo di Arles, aspirante alla successione di Berengario I nella corona d'Italia e dell'Impero. Egli era seguìto da numerosi dinasti provenzali e burgundi tra i quali anche un conte Attone, figlio di Attone I, e suo nipote Berardo, che lo sostennero efficacemente nella lotta contro Rodolfo II di Borgogna. Incoronato Re d'Italia dal Papa nel 926, Ugo riuscì ad imporre la sua autorità sul ducato di Spoleto e mise al governo dei vari contadi molti suoi fedelissimi. Ad Attone concesse l'investitura della parte ad oriente del massiccio centrale dell'Appennino ed a Berardo la parte occidentale della contea dei Marsi, ossia la Marsica. 
  
BERARDO, personaggio intelligente, esperto, molto valoroso ed astuto, considerata la precarietà che accompagnava al tempo dell'anarchia feudale, il potere di un feudo, consapevole del pericolo ancor imminente delle scorrerie dei Saraceni, valutata la gelosia e la volontà di rivendicazione dell'aristocrazia romana e spoletina, poiché era fermamente intenzionato a restare in Italia, si adoperò per rendere il più sicuro possibile i l suo contado. Innanzitutto cerco di dirimere ogni attrito col Papato in ordine ai territori di confine nella parte occidentale della contea. A tale scopo, di comune accordo con il Papa, concesse a lui, enucleandola dalla contea dei Marsi, la bassa Sabina e riottenne per sé il Carseolano. 
  
Quindi, per rendere più sicuri non solo i confini ma anche le zone interne della sua contea, invitò tutti i suoi sudditi a costruire le loro case le une vicine alle altre, ad innalzare vicino ad esse grossi recinti e torri nei punti più impervi ed imprendibili e ad esercitarsi nell'arte della guerriglia. Contemporaneamente favorì i religiosi nella costruzione di chiese, conventi, celle e monasteri. Fu così che per la prima volta nel Carseolano i coloni delle molte aziende agricole, destinati fino ad allora a vivere nei loro poderi, mutarono le loro condizioni ed in luogo dei casali o dei villaggi costruirono fortezze e castelli. I vecchi casali e villaggi generalmente sorgevano intorno o nei pressi di conventi e monasteri ed erano sparsi per tutta la pianura carseolana. 
  
Nella parte orientale della stessa, nel luogo più propriamente chiamato Pereto, esistevano due luoghi abitati: uno in pianura, facente capo alle chiese di S. Pietro e S. Silvestro, e l'altro a Campocatino (nome con il quale veniva denominata tutta la montagna di Pereto), facente capo alle chiese di S. Salvatore, S. Maria e S. Mauro. Gli abitanti di questi piccoli villaggi sotto la direzione degli abati iniziarono a costruire sul monte di Pereto, stimato come il luogo più difendibile e più vicino, alle loro case, la loro fortezza. Qualche decennio più tardi questo fenomeno si ripeté anche per Poggio Ginolfo, Oricola e Celle. Tanto fu l'impegno e talmente raffinata la tecnica, che innalzarono una torre così forte da resistere per secoli agli attacchi degli eserciti stranieri ed alle scosse rovinose dei terremoti.
  
La prima occasione per mostrare la sua granitica resistenza venne dalla invasione degli Ungari del 937. Gente ferocissima e coraggiosa, gli Ungari combattevano a cavallo, ignoravano la pietà, bevevano sangue e si cibavano di carne cruda. Dopo aver saccheggiato i territori di Benevento e Capua, devastarono il monastero di Montecassino e poi, risalendo per la valle sublacense, si diressero verso la Marsica. Giunti nel Carseolano, presero d'assedio Pereto. L'accanita resistenza dei Peretani arroccatisi dentro il castello suscitò tanta rabbia e ferocia che tutto il territorio circostante fu incendiato, i casali e le chiese rasi al suolo ed il bestiame requisito. Lasciate poche centinaia di infedeli all'assedio del castello, gli Ungari proseguirono per il Fucino ed appiccarono il fuoco alla chiesa di Trasacco. 
  
A questo punto l'impavido conte Berardo radunò tutti gli uomini atti alle armi tra le popolazioni dei Marsi e dei Peligni, li schierò tra Forca Caruso e Goriano Sicoli, da dove gli invasori dovevano passare, e al momento opportuno, alla testa di gente umile sì, ma spinta dalla forza della disperazione e dal desiderio di una vendetta da tanto tempo aspettata, affrontò quelle belve umane e ne fece una strage tremenda. Mai i Marsi ed i Peligni avevano combattuto ed ucciso con tanta crudeltà. Non si accontentarono di uccidere, ma infierirono con le armi anche sui cadaveri, quasi ad esorcizzare un demone che da troppi anni li umiliava. Il luogo dove avvenne lo scontro ancora oggi porta la denominazione di valle Micidiale. La felice riuscita di tale impresa ebbe una tale risonanza che mai più i Saraceni e gli Ungari si avventurarono nelle nostre zone. Berardo acquistò fama di grande guerriero e conte. La popolazione riservò a lui ed alla sua discendenza una fedele sudditanza ed una perenne riconoscenza. 
  
Gli stessi Re ed Imperatori che si susseguirono sul trono d'Italia non osarono, fino all'estinzione della famiglia, togliere ai De Berardi i loro possedimenti. Berardo I, protoconte dei Marsi, che per il Febonio è il terzo per averlo considerato insieme ai discendenti di Attone I, tra i quali si annoverano alcuni omonimi, ebbe come moglie Doda, figlia di Luidano conte di Amiterno e Forcona, e come figli: Berardo, Rainaldo, Teodino, Randuisio e Oderisio. 
  
Di essi BERARDO II (950-970 circa), che ebbe in moglie Zita, fu conte dei Marsi. Agli altri fratelli, subordinati a Berardo II ed insigniti solo nominalmente del titolo di conte, toccarono rispettivamente: a Rainaldo, Amiternum; a Teodino, Reate e Forcona; a Randuisio, Trivento (concessogli nel 997 dai Principi di Benevento Pandolfo II e Landolfo VI; a Oderisio, Valva. Berardo II ebbe otto figli: Berardo, Rainaldo, Crescenzo, Siginolfo, Teodino, Alberico, Gualterio e Romana. 
  
Il primogenito BERARDO III, colpito da un male incurabile, morì in tenera età ed al suo posto venne considerato conte dei Marsi il fratello Rainaldo. Crescenzo fu eletto nel 1011 prefetto di Roma, dove, presso il foro di Nerva, avrebbe avuto una casa munita di torri e di ripari. Teodino fu dapprima conte nella valle del Sangro e poi cardinale. Siginolfo fu conte nel Carseolano, ove su un Poggio (detto da allora Siginolfo e col passar degli anni mutato in Sinolfo, Ginolfo e Cinolfo) fece costruire la sua dimora. Alberico fu vescovo dissoluto e corrotto dei Marsi. La sua smodata ambizione lo portò a fare accecare, allo scopo di prenderne il posto, l'abbate Mansone di Montecassino; ma, quasi per una punizione divina, lo stesso giorno morì fulminato da un irreversibile infarto. Gualterio fu vescovo di Forcona. E' citato, unitamente al fratello Rainaldo e ad Oderisio suo nipote, in un documento del 993 con cui i tre donavano al monastero sublacense tutte le cose che loro possedevano "in Castro de Carseoli" (l'attuale Civita di Oricola). Romana, moglie di Pietro Castelli, corte discendente dagli antichi gastaldi di Terni e valle Nerina nell'Umbria, ebbe una dimora a ridosso della pianura carsolana, intorno alla quale forse nacque l'attuale omonimo paese di Villa Romana, frazione di Carsoli.

 


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