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L'era imperiale
Testi a cura del dott. Enrico Balla  maggiori info autore
Con l'imperatore Ottaviano Augusto ebbe termine il periodo repubblicano ed iniziò l'età imperiale. Il territorio dell'Italia fu diviso in 11 regioni e Carseoli venne compreso nella grande "Regio IV'". Tale suddivisione venne successivamente modificata da Adriano, da Costantino e da Onorio finché tutta la Marsica, Carseoli, Tivoli, Rieti, Furcona e Norcia confluirono nella provincia denominata Valeria. Quando nel medioevo nella Valeria si formarono ducati, contee e principati, Carseoli passò nel patrimonio di S. Pietro, poi nel ducato di Spoleto ed infine nella contea e principato dei Marsi. Gli abitanti della provincia, dai tempi di Augusto in poi, costituirono la legione Valeria (XX). Questa, che combattendo nella Germania inferiore ed in Bretagna si meritò il nome di Vincitrice, ebbe per insegna un capricorno, simbolo di felicità (Livio, Dec.)
  
La vita nelle campagne non differiva molto da quella che conducevano i nostri padri. Il poeta Ovidio, che passava spesso per i nostri territori quando si recava da Sulmona a Roma, così la descrisse: "nella pianura carseolana il mistico marito coltivava il suo piccolo podere con l'aratro, la falce ed il bidente e la moglie, povera villanella, passava il suo tempo a spazzare la capanna, a preparare il pranzo sul basso camino, a mettere le uova sotto le piume della chioccia a tessere tele per ripararsi dalle minacce del freddo. Entrambi, nelle pause dell'intenso lavoro, si divertivano a raccogliere i bianchi funghi e le verdi e medicamentose malve ed a rinforzare la capanna con robuste travi di legno". Questo bucolico racconto, tuttavia, non deve far pensare ad un paradiso terrestre perché in genere la vita familiare era strutturata ben diversamente e, per certi versi, non molto dissimile da quella attuale. 
  
La famiglia era regolata da barbari principi e la patria podestà regnava incontrastata. La prima scuola della disciplina militare era la casa paterna, dove si iniziava ad insegnare l'obbedienza, il rispetto cieco e la più timorosa sottomissione. Dionigi di Alicarnasso così scriveva: "Il padre aveva piena libertà sui figli; gli era lecito cacciarli in carcere, batterli con verghe e persino ucciderli; l'essere maggiorenni o ammogliati o il rivestire cariche importanti ed onorifiche non valeva ad emanciparli; né miglior fortuna aveva la moglie, anch'essa soggetta alla dispotica autorità ed ai capricci del marito; era considerata uno strumento puro e semplice di procreazione e di soddisfacimento dei più vari e brutali istinti; era tenuta alla stessa stregua delle schiave, costretta talvolta ad assistere a adulteri amplessi e minacciata spesso di essere cacciata dal focolare coniugale". 
  
Nei primi secoli dell'era volgare tutta l'Italia visse un periodo di floridezza e di pace feconda. Crebbero i fermenti di civiltà, si intensificarono i traffici, circolarono e si mescolarono uomini, idee e culture. Ciò nonostante, gli italiani, ancora ignari dei miracoli della scienza e della tecnica moderna, erano occupati principalmente nell'agricoltura e quindi legati alla terra e, spesso, alle condizioni sociali dei loro padri. Intorno al III-IV secolo d.c. la società carseolana era strutturata in quattro categorie di persone: i servi o schiavi, i liberti, i coloni ed i liberi. 
  
I servi rappresentavano il gradino più basso della scala sociale, erano considerati come delle cose e potevano essere venduti o dati in prestito. Di essi alcuni erano al servizio dello Stato ed altri generalmente impiegati nella lavorazione della terra, al servizio dei padroni. Sul finire deI IV secolo fu promulgata una legge che vietava di vendere la terra senza lo schiavo. Da allora lo schiavo fece connubio con la terra ed ebbe origine quella servitù della gleba che si sviluppo intensamente nel Medioevo. I liberti erano gli schiavi diventati liberi. Formalmente erano cittadini romani, ma di fatto rimanevano legati al padrone al quale dovevano, in cambio della libertà, alcune giornate di lavoro gratuite ed altre obbligazioni. In punto di morte i liberti potevano lasciare i loro beni ai figli. 
  
I coloni erano dei contadini che per tutta la loro vita vivevano sopra un appezzamento di terreno concesso da un proprietario. Non potevano essere allontanati dalla terra e se il proprietario vendeva la terra doveva giocoforza vendere anche il colono. Essi dipendevano dal proprietario del terreno, al quale pagavano un annuo tributo in natura o in denaro e non avevano la libertà di scegliere il domicilio; ma, a differenza degli schiavi veri e propri, godevano dei diritti politici, potevano ereditare ed avevano la libertà di contrarre matrimonio. A queste tre categorie di persone si contrapponevano i liberi, cioè i cittadini romani, che si dividevano nella plebe, nella borghesia e nella nobiltà. La plebe era composta da operai, da addetti alle arti, dai nullatenenti e dagli oziosi. 
  
Queste ultime due categorie di persone, libere solo perché procreate da uomini liberi, vivevano col contributo dello Stato. La borghesia era formata dai proprietari terrieri o di piccole industrie. La nobiltà, invece, annoverava tra le sue fila i ricchi, i cavalieri, i senatori e tutti coloro che ricoprivano le cariche pubbliche (consoli, pretori, edili, governatori di provincia); essa era la classe dei ricchi e dei potenti. I liberi, avendo tutti i diritti civili.e politici, potevano legittimamente aspirare alle più alte cariche sociali. Gli altri accettavano bovinamente la loro condizione e, mettendo da parte aspirazioni ed idee di grandezza o di rivendicazione, riuscivano anche a godere di alcune briciole di felicità. 
  
La lunga pace dei primi secoli dell'era volgare fu interrotta dall'anarchia militare del III secolo d.c., allorché i pretendenti al trono si appoggiarono a soldatesche sfrenate e rapinatrici, che devastarono il territorio, stremarono le borghesie municipali e paralizzarono i traffici provocando una grave crisi economica. A questi sconvolgimenti si aggiunsero, qualche anno dopo, le rovinose invasioni dei barbari, che portarono dappertutto miseria e squallore. 
La prima si ebbe nel 401 d.c. e nello spazio di una cinquantina d'anni Alarico, Radageso (406), Attila (450-452) e Genserico (455), veri flagelli di Dio, fecero l'Italia teatro d'ineluttabili sciagure. Per quanto ci riguarda le prime invasioni del quarto e quinto secolo influenzarono solo marginalmente la pianura carseolana. In essa continuarono a convivere i "potentiores" (grandi proprietari di terre e di ville) e gli "humiliores" (piccoli proprietari, liberti, servi e coloni). 
  
I "potentiores" fecero il possibile per impedire l'arruolamento negli eserciti dei loro coloni (che servivano per coltivare la terra e mantenerla ad un buon livello di produttività) e gli "humiliores", non avendo alcun interesse a battersi contro i barbari, rinunciarono alla loro libertà per mettersi sotto la protezione di qualche potente. Cosicché le ville dei "potentiores" divennero un piccolo mondo a sé, autosufficiente, in cui si produceva quasi tutto l'occorrente per la vita: cibo, stoffe ed attrezzi. Una parte dei prodotti e delle ricchezze, però, era destinata alle torme dei barbari invasori o agli eserciti difensori. Solo con la guerra gotica (535-553) le nostre terre conobbero la più spaventosa desolazione. Le stragi, le devastazioni, le carestie e le pestilenze resero pressoché disabitato Carseoli e le molte ville della sua pianura. 
  
Allora i pochi e miseri superstiti accolsero con un certo sollievo i monaci ed il cristianesimo che promettevano, a coloro che non avevano avuto che dolore e privazioni, una ricompensa ed una felicità eterna. Questi, che ubbidivano alla regola benedettina "ora et labora" occuparono la pianura carseolana, ormai senza padroni e ricoperta di sterpi ed erbacce, vi costruirono dei ritiri spirituali, la coltivarono ed invitarono le supersiti famiglie coloniche ed i dispersi ad unirsi a loro per la creazione di un nuovo tipo di società, basato anziché sul concetto romano della proprietà privata, su quello cristiano della solidarietà collettiva. Erano i monaci che istruivano i sottoposti, che organizzavano il lavoro e che amministravano i prodotti. Questi per la maggior parte venivano destinati alla comunità ed ai poveri; il soprappiù veniva destinato alla vendita, alla costruzione di altre chiese ed al Papa, sotto la protezione del quale i religiosi si erano messi.
  
Dall'epistola 21 del libro II di S. Gregorio I del 590 a.c. si rileva che a quel tempo la pianura carseolana, insieme ad altri 22 territori, tra i quali la Sabina, era patrimonio della Chiesa Romana e ad essa era stato preposto dal Papa il difensore Benedetto. Dalla data del 590 fino alla loro conquista da parte di Carlo Magno, non si sa con precisione di chi erano state le nostre terre. Nei documenti a noi pervenuti non si descrivono mai i confini tra il ducato di Spoleto e quello Romano. Gli storici tuttavia, basandosi sul fatto che il Carseolano era stato percorso e saccheggiato dagli eserciti dei longobardi e del duca Ariolfo, generalmente propendono per la tesi che appartenesse al ducato di Spoleto. 
  
Qualche storiografo locale, non potendo fare altro che arrampicarsi sugli specchi, per rafforzare tale tesi ha inventato la fondazione di Poggio Cinolfo da parte del Re Agilulfo, non sapendo che questo paese iniziò la sua esistenza intorno al 1000 d.c. col toponimo di Poggio Sicinoni da Siginolfo conte, figlio del conte Berardo, abitante appunto nel vicino castello di S. Angelo. Nel 1062 tale conte donò alla Badia di Farfa "Ecclesiam quae S. Vincenti vocatur, cum terris, vineis et ornamentis suis...Actum in Carsuli. Rainaldus judex et notarius" . Per di più Agilulfo, dopo aver portato la guerra nel Veneto, marciò sul ducato bizantino-romano seguendo tutt'altra via che non quella del Piceno, della Marsica, del Carseolano e della valle Tiburtina. Quando nel 603 d.c. il Papa Gregorio Magno, con l'aiuto della regina Teodolinda, ottenne una tregua dal re Agilulfo, riuscì, con la sua diplomazia, a farsi ridare tutti i patrimoni che aveva nel ducato romano (compresa la Sabina ed il Carseolano che erano state invase dal duca Ariolfo nel 600 d.c.). 
  
Nel 615, nel trattato tra i Longobardi e Callimaco, furono riconosciute ad Agilulfo solo le conquiste del Veneto e dell'Alto Lazio, con l'esclusione dell'esarcato (territorio intorno a Ravenna), della Pentapoli (Marche ed Umbria), del ducato romano, del ducato napoletano, della Puglia, della Calabria, della Sicilia, della Sardegna e di altre più piccole zone. In linea di diritto, quindi, la Sabina ed il Carseolano facevano parte del ducato romano ed in particolare del patrimonio di S. Pietro, come confermato anche nel 686 d.c. dall'imperatore Giustiniano III al Papa Conone. Di fatto, però, il duca di Spoleto Ariolfo ricusò di sottoscrivere i trattati invadendo e saccheggiando quanto il Papa ed i bizantini non riuscivano a difendere; anzi, nel Carseolano, si preoccupò di organizzare un sistema difensivo incardinato sull'apprestamento di posti di vedetta sulle alture, ad una distanza media di quattro o cinque chilometri in linea d'aria, così da poter trasmettere facilmente segnali ed informazioni con fuochi e fumate, e sull'insediamento di gruppi di guerrieri fra un'altura e l'altra. 
  
In queste sue scorribande Ariolfo non si curò di stabilire e di descrivere i confini del suo ducato. Ciò che invece non tralasciava di fare il Papa che, approfittando della confusione che in età barbarica regnava tra diritto civile e pubblico, tra proprietà privata e autorità regia e fra potere pubblico, militare ed economico, non perdeva occasione per affermare la sua sovranità su tutte le terre costituenti il patrimonio di San Pietro, giungendo perfino alla compilazione, verso la fine del VIII° secolo, di un falso documento (la cosiddetta "donazione di Costantino"), con il quale tale imperatore avrebbe donato al Papa Silvestro Roma e tutto l'Occidente. Tale documento fu ritenuto per molti secoli autentico ed ebbe perciò immensa efficacia fino a che l'umanista Lorenzo Valla, nel secolo XV, non ne dimostrò la falsità. 
  
La monarchia longobarda si trovò spesso in lotta col papato romano, ma l'abilità e la diplomazia dei Papi trionfò dapprima mettendo contro il Re gli stessi duchi di Spoleto e Benevento e poi provocandone la fine per l'intervento dei Franchi. Carlo Magno, sconfitti definitivamente nella valle Padana i Longobardi, si proclamò loro Re e pretese un tributo ed un atto di sottomissione dal duca di Benevento. In tale occasione il patrimonio di S. Pietro, per concessione di Carlo Magno, incamerò anche i territori del ducato di Spoleto e di Fermo. E che per due anni circa (774-775) le nostre terre fossero sotto il potere temporale di Papa Adriano è dimostrato da alcuni documenti del 774 in cui non vi è alcuna menzione del regno di Carlo Magno, ma si nominano solo gli anni dello stesso Papa. Senonché già nel 775 Carlo dispose l'annessione politica al Regno d'Italia delle terre del ducato di Spoleto e di Fermo, lasciando e riconoscendo al Papa i censi e le pensioni che erano, invece, dovuti a lui. 
 
Carlo Magno, anzi, in contrapposizione con due abati appositamente delegati dal Papa, stabilì i confini tra il ducato di Spoleto e quello romano e per la prima volta le nostre terre furono anche di diritto, oltreché di fatto, incluse nella Marsica e quindi nel ducato di Spoleto. Da allora in poi tutte le citazioni riportano "Piretum in Marsis, territorio Carseolano". Ciò non toglie, però, che il papato continuasse a tenere, all'interno del ducato, diversi patrimoni. Esistono molti diplomi (di Ludovico il Pio, di Ottone, di S. Arrigo) che concedono alla Chiesa romana, anche in pieno dominio, estesi territori in "Reatem, Amiternum, Furconem, Nursiam, Balvam et Marsim (Marsica)... cum urbes, civitates, oppida, castella, viculos ac territoria, simulque patrimonia...". Tra questi patrimoni, vi era anche il Carseolano. Con la conquista del regno longobardo da parte di Carlo Magno ebbe fine l'età delle invasioni barbariche ed iniziò una nuova cultura medioevale, segnatamente cristiana. 
 
PERETO Storia Tradizioni, Ambiente, Statuti
 
 
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