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Gli Equi
Testi a cura del dott. Enrico Balla  maggiori info autore
Tutti i gruppi etnici che abitavano la regione compresa all'interno dei fiumi Salto, Turano, Imele, Simbrivio, Algido ed Aniene, non si sa con precisione perché e da quando, intorno al 1000 a.c. venivano chiamati Equi. Il Colucci, muovendo dalla considerazione che essi occupavano gran parte delle contrade ove avevano avuto sede i popoli pelasgici e che molte città fondate dai discendenti di Pelasgo (tra le quali Enotro e Perreto) trovavansi nella regione equicolana, congettura che fossero progenie delle colonie palasgiche. La loro società si componeva di piccoli raggruppamenti di famiglie, abitanti fra le campagne e gli altopiani, in capanne di pietra e legno poste intorno ad un recinto fortificato e murato. 
 
La loro religione originariamente era monoteistica e veneravano il solo Dio Giano, che aveva guidato i loro progenitori, i pelasgici Perreti, dalla Tessaglia in Italia. Poi, il contatto con i Romani li porto ad includere tra i loro Dei anche Giove, Marte, Ercole, Mitra, Serapide, Iside e Giunone, come rilevasi da molte epigrafi trovate nella regione equana. Il culto che gli Equi avevano per la guerra si intravede sia dai superbi elmi crestati, di cui alcune riproduzioni in terracotta sono rinvenibili e sono state rinvenute nei pressi di Civita di Oricola, ove sorgeva l'antico Carento, sia dall'attaccamento che avevano per le loro armi: spade corte, fionde, lance con punte di selce o di bronzo. Erano governati da un monarca (la tradizione ci ha tramandato i nomi di Settimo Modio, Fertore Reto, Gracco Cluilio e Vettio Messio) e vivevano coltivando la terra, pascolando bestiame ed attuando improvvise e rapide scorrerie tra i popoli vicini al fine di spingerli ad abbandonare le terre o per fare un cospicuo bottino di guerra che poi si dividevano in parti uguali. 
  
Tali scorrerie avvenivano prevalentemente verso sud e sud-est, nel territorio tiburtino, nel paese degli Ernici e, attraverso la valle del Sacco ed il passo dell'Algido, nel Lazio. Al IV secolo a.c. risalgono le prime ostilità contro l'allora nascente potenza romana. Ma dopo cinque anni di continue scaramucce, nel 600 a.c., gli Equi stipularono un trattato di pace, con Tarquinio il Superbo, che durò circa un secolo. Dal 494 a.c. fino al loro annientamento come entità etnica, gli Equi, a volte da soli ma più spesso alleati con i Volsci e con gli altri popoli vicini, furono in continua lotta con i Romani. Lo storico Tito Livio riporta molte notizie di devastazioni e di battaglie, tra cui spiccano a volte i colori di una genuina leggenda popolare, come a proposito di Cincinnato (458 a.c.) che, dopo aver costruito una lunghissima palizzata intorno all'esercito equo, che a sua volta aveva battuto e circondato le legioni romane guidate dal Console Minucio, lo obbligò alla resa, lo fece passare sotto il gioco e ne trasse prigioniero il duce Gracco Cluilio. 
  
A prescindere dalla faziosità dei racconti di Livio, certamente l'indomito valore e la costanza degli Equi, in un alternarsi di vittorie e di sconfitte, contrastò a lungo a Roma il predominio sui vicini. Oltre ad essere giunti fin sotto le sue mura con Coriolano nel 494 a.c., gli Equi in tempi diversi s'impadronirono di molte città latine, tra le quali: Labici, Bola, Carvento, Corbione e Tuscolo. Intorno al 390 a.c. un grave flagello si abbatté sui popoli centro-meridionali. Circa centosettantamila Galli Senoni, superati gli Appennini, saccheggiarono le città, devastarono i campi, predarono il bestiame ed uccisero quanti più nemici potettero. Il 18 quintile (luglio), vinti i Romani sul fiumicello Allia, occuparono perfino Roma. Mentre una parte dei barbari saccheggiava le campagne romane, un'altra come un uragano, si avventurò per la vallata dell'Aniene. 
  
La fama della loro crudeltà era intanto giunta anche all'orecchio degli Equi che, vedendosi in pericolo, mandarono subito ambasciatori ai Volsci ed ai Marsi. Gli aiuti in quell'occasione vennero solo dai Marsi. Insieme riuscirono ad arrestare, ma solo per due mesi, l'orda barbarica alla bocca della pianura di Perreto. Nell'autunno i barbari, riunite le loro soldatesche, superarono le resistenze dei Marsi e degli Equi ed invasero i loro territori. Le abitazioni di Perreto, Carento e Carsalix furono bruciate e si salvarono solo coloro che riuscirono a nascondersi nelle montagne. Le teste degli altri furono sospese per i capelli alla criniera dei cavalli e portate al seguito come trofeo di guerra. Le scorrerie dei barbari si ripetettero spesso fino al 349 a.c., quando i Romani, i Latini, gli Etruschi, Volsci, gli Ernici, gli Equi ed i Marsi, considerando che la propria sopravvivenza stesse unicamente nell'unione, strettisi in lega, respinsero con felice successo, massacrandone la maggior parte, le barbariche orde, che per molti secoli non osarono più avventurarsi contro sì potenti e coraggiosi nemici. 
  
In tale occasione i militari giurarono, con una tremenda formula stabilita nei rituali religiosi, la legge sacra, con la quale si consacrava agli Dei infernali chi osasse fuggire e si stabiliva che ogni guerriero poteva e doveva impunemente uccidere il compagno codardo. Gli Equi, a seguito delle devastazioni dei Galli Senoni, furono ridotti allo stremo; la maggior parte era morta sui campi di battaglia ed i fanciulli ed i vecchi erano stati miseramente trucidati. Gelosi della propria indipendenza, tuttavia, non vollero nemmeno allora assoggettarsi a Roma. Ma un tale atteggiamento fu dovuto, più che al senno, al loro irrinunciabile orgoglio e si rivelò catastrofico quando i Romani, dopo aver costruito la Tiburtina fino a Tivoli, decisero di attaccarli a fondo. I pochi superstiti si riunirono e ricostruirono le loro case, ripresero a coltivare i campi ed eressero un forte recinto, i cui resti sono ora visibili in località "la croce", utilizzando enormi massi di pietra poligonali, accuratamente tagliati e uniti, con la superficie esterna spianata ed eguale. 
  
Esso fu utilizzato per difendere uomini e bestie dalle incursioni e dagli assalti dei nemici, in tempo di guerra, e destinato ai sacrifici, ai mercati ed alle riunioni della tribù in tempo di pace. Mura simili, meglio conservate, si possono ora ammirare anche ad Alba Fucense, Roccavecchia (sopra Pescina), Preneste, Cori, Ferentino... Sotto il consolato di P. Sempronio Sofo, per portare la guerra contro gli Equi furono eletti Caio Giulio Bubulco, dittatore, e Marco Titinio, maestro dei cavalieri. Per questi, seguiti dalle numerose e disciplinate Legioni, fu facile soffocare gli Equi che, ormai rimasti in pochi a difesa dei loro recinti fortificati, opposero più che le armi un indomito coraggio, una incancellabile fierezza ed un intramontabile valore. Gli storici raccontano che in otto giorni furono vinti e che nei cinquanta giorni successivi furono arsi e rasi al suolo i loro 31 (alcuni dicono 41) oppidi e vici. 
  
Tra questi si annoverano Carento, Perreto, Varro, Uppa, Verrugo, Varia, Cliternia, Auricola, Nerse, Cominio, Tiora, Suna, Equicoli, Lista e Italio. Da allora il nome degli Equi scomparve dalla storia e le loro vicende si fusero con quelle dei Romani, segnatamente con gli abitanti di Carseoli. Nella regione Equana conquistata i Romani fondarono due colonie: Carseoli (301 a.c.), con un territorio di 300 Km quadrati e Alba Fucente (303 a.c.), con un territorio di 500 Km quadrati. In esse furono dedotti rispettivamente quattromila e seimila coloni, quanti non se n'erano sin'allora mai inviati in nessuna colonia. Gli Equi sopravvissuti furono relegati nella zona collinosa ed impervia tra il Turano ed il Salto e da allora furono chiamati Equicoli o Equicolani (onde il paese conservò il nome di Cicolano) ed ebbero la cittadinanza senza diritto di voto.
 
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